venerdì 2 marzo 2012

Giovani coreani e giapponesi "uniti in Cristo" di fronte a terremoti e tsunami

02/03/2012 09:38
GIAPPONE – COREA DEL SUD

di Joseph Yun Li-sun
Il vescovo ausiliare di Osaka ha accolto con gioia un gruppo di ragazzi sudcoreani, mandati dalla loro Chiesa nel Sol Levante nell’ambito dello scambio fra le due comunità: “Dio vuole farci riscoprire l’unità, dono che stiamo perdendo a causa di un mondo sempre più competitivo”. 


Osaka (AsiaNews) - I disastri naturali "aiutano le persone a sentirsi più vicine, a creare legami più stretti. Io penso che Dio voglia ricreare un senso di unione nell'umanità intera, quell'unità che stiamo perdendo a causa di una società mondiale sempre più competitiva. Grazie per essere venuti qui a testimoniare unità". Lo ha detto il vescovo ausiliare di Osaka, mons. Michele Matsuura Goro, a un gruppo di giovani sudcoreani ospiti della sua diocesi. I disastri a cui il vescovo s riferisce sono il terremoto di Kobe, del 1995, e il sisma e tsunami dello scorso anno.
L'iniziativa fa parte del 18esimo Incontro di scambio sino-coreano, un'esperienza che le due Chiese cercano di rafforzare anno dopo anno. Il tema scelto per il 2012 è appunto "Kizuna", che in giapponese significa "legame di solidarietà". Accompagnati da p. Damiano Park Myoung-gee, segretario della Commissione episcopale per i giovani, e da p. Pietro Kim Seok-ju, incaricato della pastorale giovanile nella diocesi di Cheju, 20 ragazzi coreani hanno trascorso una settimana in Giappone.
Accolti da una festa nella parrocchia di Umeda, i partecipanti sono stati ospitati da famiglie cattoliche giapponesi, che si sono impegnate per fargli vivere le esperienze più significative della zona: gite, incontri, spettacoli ma anche celebrazioni eucaristiche e visite religiose. In modo particolare, il gruppo ha visitato la parrocchia Takatori di Nara, nota per l'impegno a favore dei sopravvissuti dopo il terremoto di Kobe ("il Grande Hanshin").
Alla giornata conclusiva, il vescovo ausiliare di Osaka ha incontrato gli ospiti e ha tenuto un discorso: "Dal terremoto allo tsunami, dallo Sri Lanka al Giappone, le persone che si trovano in mezzo ai disastri naturali scoprono nuovi e più forti legami. Riscoprono la solidarietà insegnata da Cristo. La piena comunione che c'è fra di noi è un dono di Dio, che vuole farci riscoprire i suoi doni".

giovedì 1 marzo 2012

GLI "HAREDIM" I TALEBANI D'ISRAELE BREVE VIAGGIO TRA COLORO CHE "TREMANO DAVANTI ALLA PAROLA DI DIO”



Gli ebrei ultraortodossi si considerano i veri credenti, l'immagine ideale
 da cui tutti gli altri ebrei derivano. La Israele laica vede in loro dei
 "Talebani ebrei", la cui influenza cresce.

(A cura di Claudio Prandini)


INTRODUZIONE


È dalla fondazione dello stato d'Israele, nel 1948, che il conflitto arabo e israeliano insanguina il Medio Oriente. La stessa questione palestinese che sembra non trovare una reale soluzione di pace non fa che acuire un clima da guerra perpetua, dove l'odio e la diffidenza reciproca sembrano entrate perfino nel DNA della gente. I bambini palestinesi imparano nelle strade polverose dei loro villaggi, teatro spesso di conflitti armati con l'esercito occupante, dalla povertà delle loro famiglie e dalla morte che passa spesso davanti ai loro occhi ad odiare Israele. Così, una volta divenuti adulti, saranno già pronti per diventare dei martiri o dei pacchi bomba per il loro nemico. Ma anche il bambino ebreo cresce in questo clima che è un misto di odio e d'insicurezza perpetua.

E così l'odio, l'insicurezza e la violenza si trasmettono di generazione come una maledizione, tanto che se questa catena non verrà presto spezzata, essa sarà sicuramente fonte di altre guerre e di altri lutti in tutto il Medio Oriente. Israele, fin dalla sua nascita, ha sempre vissuto con la sindrome da accerchiamento che lo ha portato ad avere il terzo o quarto esercito più forte del mondo. E in effetti il mondo arabo circonda per tre quarti il territorio israeliano, ma tuttavia non verrà dal mondo arabo il colpo fatale. Il suo vero nemico si trova al suo interno, coccolato, protetto e favorito. È cresciuto a dismisura in questi ultimi anni grazie alle ondate immigratorie dagli Stati Uniti e dall'Europa orientale ed alle loro donne prolifiche (anche dieci figli per famiglia), tanto che tra quindici anni potrebbe diventare  un serio problema per lo stesso Stato d'Israele.

Stiamo parlando degli Haredim (che significa “coloro che tremano davanti alla parola di Dio”), cioè di tutta quella vasta galassia di gruppi religiosi che formano il cosiddetto fondamentalismo ebraico,  che considerano perfino lo stesso Stato d'Israele una eresia vivente e peccaminosa. Essi, non da meno dei talebani del Corano (vedere qui), mettono la Torah come guida suprema ed assoluta della loro vita. Odiano la democrazia, il Cristianesimo, l'Islam e vorrebbero obbligare tutti gli israeliani a seguire le loro leggi. Tra qualche anno più della metà della città di Gerusalemme sarà nelle loro mani, così come anche il loro peso politico è destinato a crescere nella vita politica israeliana, anche se non partecipano direttamente alla vita politica del paese. I governi che si sono succeduti nei decenni passati hanno favorito una politica degli insediamenti (sulla terra destinata ai palestinesi secondo le risoluzioni ONU), creando intere città per coloro che non vogliono contaminarsi con gli atri israeliani peccatori. Questo fatto ha sempre rappresentato non solo un'ulteriore fonte di conflitto con i palestinesi, ma ora rappresenta sempre di più un vero e proprio suicidio politico dello Stato ebraico.

Gli ultraortodossi si dividono in due grandi gruppi:
a) il primo gruppo sono gli "Haredim", che non danno allo Stato alcuna legittimazione religiosa, lo reputano infatti un'eresia, ma lo accettano perché questi gli permette di vivere secondo i loro costumi e ne ottengono un sacco di agevolazioni, come si vedrà più avanti;
b) il secondo gruppo sono i "datiim" (o religiosi), cioè coloro che invece vedono nello Stato d'Israele l'unico luogo adatto per attendere il Messia. Entrambi tuttavia odiano l'Israele laico e democratico. Questo secondo gruppo rappresenta la maggioranza nell'esercito israeliano (fonti israeliane) ed è presente in buona misura anche nella Knesset (il parlamento israeliano).

Questi gruppi fondamentalisti sono visti sempre più spesso, dal resto della popolazione israeliana,  come un peso e una minaccia per l'esistenza stessa dello Stato. Pensate che gli ultraortodossi considerano coloro che non seguono alla lettera la loro rigidissima fede religiosa alla stregua di miscredenti senza alcun valore, anche se sono ebrei come loro. Secondo questa visuale, soprattutto da parte dell'ultra-destra religiosa che fa capo ai datiim, non è fuor di luogo pensare che una volta eliminata la questione palestinese (naturalmente non solo fisicamente, ma inducendoli all'esodo), essi costituirebbero il vero problema interno dello Stato israeliano senza escludere con ciò una sanguinosa guerra civile (lo stesso Sharon la temeva), per l'imposizione della loro "sharia" su tutto Israele.

In fondo l'ebraismo esiste per un'identità di tipo religiosa ed essi, gli ultraortodossi, si sentono i veri depositari della purezza religiosa, ed è qui che si rischia la probabile degenerazione della società israeliana. Seguendo la storia nei secoli dell'ebraismo, sarà difficile, da parte della componente "laica" israeliana, opporre valide argomentazioni antagoniste. Sì! Credo proprio che il futuro "interno" d'Israele sarà alquanto duro. Ma è anche lo stesso concetto storico di sionismo (visto come Stato laico e democratico a maggioranza ebraica) ad avere un futuro sempre più incerto.

Tutto dipenderà da quale gruppo ultraortodosso prevarrà in Israele, gli Haredim (antisionisti) o i datiim (nazionalisti) ed alle alleanze interne che si riuscirà ad attuare con la parte laica e araba del paese, tenendo conto che anche la popolazione arabo-israeliana di fede islamica è in costante aumento. La domanda allora è: gli equilibri all'interno della società israeliana resisteranno alle contraddittorie e sempre più forti sollecitazioni del fondamentalismo religioso senza esplodere?

Per concludere, se volete avere un esempio di come la pensano certi rabbini ecco una notizia di questi giorni:«GERUSALEMME - Ad appena due settimane dalla commemorazione di quelli che Israele considera i suoi eroi di guerra, il rabbino Ovadia Yosef, guida spirituale del partito di governo ultraortodosso “Shas”, ribalta questa interpretazione: I soldati israeliani caduti un anno fa durante la guerra in Libano contro gli Hazbollah “sono morti perché non osservavano i comandamenti ebraici”.

Nessun atto di eroismo sembra emergere dalle sue parole, al contrario. “Perché stupirsi che siano morti?”, si è chiesto il rabbino durante il suo sermone. “Loro non rispettavano lo Shabat (il giorno di risposo ebraico, ndr), non osservavano la Torah (il libro sacro, ndr) e non pregavano tutti i giorni. Qualcuno può quindi stupirsi che siano stati uccisi? No, non si è stupito nessuno”, ha affermato il rabbino. Quando al contrario “i soldati credono e pregano - ha concluso Ovadia Yosef - Dio li aiuta in guerra, e questi soldati non vengono ammazzati”». 
(vedere qui)
Claudio Prandini

Leader maoisti nepalesi cacciano i poveri e conducono vite “sontuose”

29/02/2012 11:59
NEPAL da asianews

di Kalpit Parajuli
Al centro delle polemiche il presidente Prachanda e alti funzionari del partito. Di recente hanno ordinato lo sfratto di 15mila abusivi dalle capanne lungo i fiumi, per motivi “ambientali”. Quadro maoista accusa: “siamo stati truffati”. Critiche anche dall’ala giovanile del movimento comunista. 


Kathmandu (AsiaNews) - Dopo anni di lotta per i diritti di proletari e della fascia più debole della popolazione, la leadership maoista nepalese è oggetto di critiche feroci per uno stile di vita "sofisticato" e disinteressato persino "ai diritti di base" di dirigenti di seconda fascia e simpatizzanti del partito. Ad alimentare i malumori della gente contribuisce la recente decisione del governo - retto da una coalizione a guida maoista - di cacciare poveri e senza fissa dimora che vivono nei pressi dei corsi d'acqua che scorrono a Kathmandu. L'esecutivo ha deciso lo sfratto perché i fiumi sono inquinati dai liquami e dalle scorie prodotte dagli abitanti del centro; tuttavia, sono in migliaia a non aver più un luogo dove rifugiarsi e, fra gli sfollati, vi sono anche esponenti del partito.
L'ordine di sfratto - senza la proposta di alloggi alternativi - emesso dal governo riguarda almeno 15mila abusivi, che hanno occupato sinora circa 3mila capanne. Fra questi vi è il 31enne Pradip Bahadur Sunuwar, dirigente maoista, che viveva lungo fiume Bagmati. Egli non nasconde la propria amarezza per la situazione e accusa: "Noi poveracci, siamo stati truffati dai leader maoisti". E aggiunge: "Hanno promesso una società all'insegna dell'uguaglianza e migliori condizioni di vita. [...] Ma i miei sacrifici e quelli di altre centinaia di persone come me sono serviti solo ad arricchire i leader maoisti".
Tra i vertici del partito al centro della polemica vi è anche il presidente dei maoisti, Prachanda, per uno stile di vita definito "sontuoso", mentre il Paese è afflitto da problemi di varia natura: una profonda crisi economica, instabilità politica, corruzione e chiusura di industrie per i continui scioperi dei lavoratori. Aji B.K., 50 anni, da 10 anni residente in una delle migliaia di baracche accanto al fiume è durissimo: "I maoisti mi hanno usato perché votassi per loro, ma ora sono costretto a vivere ai margini della strada per colpa loro".
Interpellato da AsiaNews Mahesh Bahadur Basnet, membro del Comitato permanente maoista e consigliere politico del premier, afferma che "il governo non ignora i poveri senza terra" e promette "alternative a breve per la loro sistemazione". Egli ammette che lo stile di vita di alcuni leader del partito è "sontuoso" ma cerca di minimizzare, sottolineando che riguarda "solo pochi elementi". Critiche ai vertici giungono anche dal movimento giovanile maoista, la Young Communist League (Ycl), e annuncia proteste contro i dirigenti di primo piano e il presidente Prachanda.

A breve l'Assemblea nazionale del popolo... Cioè: dei miliardari comunisti

29/02/2012 09:33
CINA DA ASIANEWS

di Wang Zhicheng
Fra i delegati vi sono il secondo uomo più ricco della Cina, Zong Qinghou, con una ricchezza di 8 miliardi di euro, e la donna più ricca, Wu Yajun, con 5 miliardi di euro. Il reddito medio di un cinese è circa 1800 euro all'anno. L'Anp vara leggi sul lavoro, l'inquinamento, contro gli espropri, ma non si preoccupa di attuarle e difende i suoi membri dall'essere perseguiti dalla giustizia. Di fronte alle rivolte sociali Wen Jiabao chiede riforme politiche, ma la risposta più facile è la crescita del controllo, anche con un consistente incremento del budget dell'esercito. 


Pechino (AsiaNews) - Il prossimo 5 marzo si apre nella capitale l'Assemblea nazionale del popolo (Anp), il parlamento cinese che si raduna una volta all'anno. I giganteschi incontri fra 3mila rappresentanti nella Grande sala del popolo a piazza Tiananmen sono spesso considerati inutili perché l'Anp approva sempre e soltanto quanto ha già deciso il Politburo. Eppure anno dopo anno è ormai evidente che l'Anp ha una politica effettiva. Unico neo: non è proprio a favore "del popolo", ma dei suoi componenti, e cioè per i più crassi miliardari del Paese.
Secondo l'agenzia Hurun, che misura il benessere della nazione, i 70 delegati più ricchi dell'Anp dispongono di una ricchezza pari a 565,8 miliardi di yuan (circa 90 miliardi di euro).  Lo scorso anno, i 70 nababbi hanno accresciuto i loro introiti di ben 72,5 miliardi di yuan (circa 8,6 miliardi di euro). Fra essi vi è Zong Qinghou, presidente del gruppo Wahaha, produttore e distributore di bevande, che permette al membro dell'Anp  di gestire una ricchezza di 68 miliardi di yuan (circa 8 miliardi di euro). Egli è il secondo uomo più ricco della Cina. Anche la signora Wu Yajun, presidente della Longfor Properties, può contare su finanze personali e familiari di 42 miliardi di yuan (circa 5 miliardi di euro)e garantirsi il primato di donna più ricca del Paese.
Se si calcola che il reddito medio di un cinese si aggira sui 15mila yuan all'anno (circa 1800 euro) e si paragona tale dato con le ricchezze dei delegati dell'Anp, si comprende perché nel Paese vi è una grande frustrazione per l'enorme abisso che divide i ricchi e i poveri.
La frustrazione non viene dall'invidia, ma dal senso di ingiustizia: i cinesi si vedono davanti un Paese che diviene sempre più ricco, ma di cui non ricevono alcun dividendo; le loro terre vengono derubate per far posto a speculazioni edilizie o capannoni industriali; i loro fiumi e laghi sono inquinati al 70%; l'atmosfera è sempre più irrespirabile producendo mezzo milione di morti all'anno per malattie respiratorie.
Tutto questo avviene proprio grazie all'Anp, che anche se vara delle leggi, funge da ombrello protettivo e frena la magistratura nel tentativo (ipotetico) di perseguire i suoi delegati.
Qualche esempio: dal 2008 è stata varata una legge sul lavoro che obbliga le ditte a stilare contratti di lavoro e aumentare la paga minima, in cui è prevista anche una quota per la pensione e la sanità. Ma la sua attuazione viene ritardata. Dal 2006 si è deciso di far rendere responsabili le industrie per l'inquinamento che esse provocano, ma nulla si è visto: l'aria è irrespirabile come sempre e migliaia di bambini vengono ogni anno avvelenati dal piombo o dal cadmio.
Nel 2000 è stato Jiang Zemin a stilare la teoria delle "tre rappresentanze"  secondo cui il Partito comunista deve essere espressione delle "forze produttive avanzate, le forze culturali avanzate, gli interessi della grande maggioranza". Grazie a questo gioco di prestigio, i capitalisti sono entrati nel Partito e l'ideologia comunista si è sposata in pieno con il capitalismo più selvaggio, a cui lo Stato dà una mano potente. In un commento rilasciato a Bloomberg, Bruce Jacobs, professore di lingue asiatiche a Melbourne, spiega: "La prevalenza di miliardari nell'Anp mostra la calda relazione fra i ricchi e il Partito comunista. A tutti i livelli del sistema sembrano esserci autorità locali che alleati con gli imprenditori, si arricchiscono. Questo ha portato a molte manifestazioni".
Secondo le cifre del ministero della sicurezza nel 2010 vi sono state almeno 180 mila "incidenti di massa", ossia rivolte, scioperi, scontri con polizia e autorità, con morti e feriti da entrambe le parti.
Alla prossima Anp, ci saranno due modi per affrontare il problema delle rivolte sociali. Uno è quello che - quasi sottovoce - sta suggerendo da tempo il premier uscente Wen Jiabao: attuare riforme politiche, dare più voce alla popolazione, fermare gli espropri di terreni e di case a contadini e abitanti delle città. Un altro è quello che è stato usato fino ad ora: aumentare il controllo.
Allo studio vi sono più controlli su internet e twitter, per bloccare sul nascere ogni parvenza di "rivoluzione araba" in Cina. In più vi è il potenziamento del budget per l'esercito. Secondo il gruppo di ricerca Ihs, entro il 2015 il bilancio dell'Esercito per la liberazione del popolo verrà raddoppiato rispetto al 2010 e da raggiungerà la considerevole cifra di 1500 miliardi di yuan (circa 178 miliardi di euro).

nocensura.com: Specchia: spara in faccia a un cucciolo di cane in...

nocensura.com: Specchia: spara in faccia a un cucciolo di cane in...: Quella che vedete nella foto è Nella , cinque mesi di vita, dopo la fucilata che l’ha colpita in pieno muso. Fucilata sparata da un 45enne ...

Grecia. Il presidente dei vescovi: “ormai solo la fede non si può tassare”



(su Radio Vaticana del 22-02-2012) “Il popolo non capisce ciò che sta accadendo. A seguire ciò che scrivono i giornali, radio e tv, a leggere ciò che riportano i tanti siti internet, è impossibile comprendere veramente a fondo la situazione. Ma una cosa è certa: il popolo non ne può più e la miseria cresce giorno dopo giorno”.
Non basta la notizia dell’approvazione, nella notte tra il 20 e il 21 febbraio, del secondo piano di aiuti Ue, di 130 miliardi di euro, che si aggiungono ai quasi 110 già stanziati in precedenza, per ridare un po’ di sorriso al presidente dei vescovi di Grecia, mons. Francesco Papamanolis, che all’agenzia Sir parla degli sviluppi della crisi nel suo Paese. “Ogni giorno – rivela – incontro persone, padri di famiglia, lavoratori che vengono a chiedere aiuto ed è una pena non poterlo fare. Questa è la realtà. Anche come Chiesa cattolica siamo in difficoltà”.
Difficoltà anche per pagare le tasse, che “raggiungono il 48,2% dei nostri introiti che provengono solo dagli affitti degli immobili delle diocesi. Il piano di aiuti – denuncia il vescovo – ci ha fatto perdere la nostra indipendenza. Ora, infatti, dovremo accettare una sorveglianza ‘rafforzata’, che prevede la presenza permanente della troika (Ue, Bce e Fmi) e l’inserimento nella Costituzione di una norma sulla priorità dei pagamenti delle scadenze del debito”.
Mons. Papamanolis punta l’indice anche contro il mondo politico reo di non tagliare i costi della politica: “Come si fa – domanda il presidente dei vescovi greci – a chiedere sacrifici al popolo? Le pensioni sono state tagliate, le bollette aumentano. E non saranno le elezioni a cambiare le sorti della politica. Ci aspettano anni difficili, duri, non so come ne usciremo. La miseria è impressionante. L’unica cosa che non ci hanno ancora tassato sono le preghiere. Ma la fede non si può tassare”. (R.P.)

L’Unione Europea: una “banda di briganti”?



(di Roberto de Mattei su Radici Cristiane numero 72) Quante volte abbiamo sentito dire che la democrazia è il valore supremo e che non esistono princìpi assoluti al di sopra della costituzione e delle leggi dello Stato? Lo si è ripetuto in occasione della morte dell’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, canonizzato come l’uomo politico che sempre affermò il primato del “vangelo” costituzionale.
Intervistato da Vittorio Messori, Scalfaro difese la firma apposta nel 1978 alla legge abortista dall’allora Capo dello Stato Giovanni Leone, dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dai ministri competenti, tutti democristiani, sostenendo che essi «non potevano far altro che firmare» perché, in democrazia, il rispetto della legge era «un atto dovuto» (Inchiesta sul cristianesimo, SEI, Torino 1987, p. 218).
Questa concezione del diritto, che nel XX secolo ha avuto il suo massimo teorico nel giurista austriaco Hans Kelsen (1881-1973), fonda la validità dell’ordinamento giuridico sulla pura “efficacia giuridica” della norma, ossia sul suo potere di fatto, negando l’esistenza di un ordine metafisico di valori che trascenda la legge positiva voluta dagli uomini.
Ma Benedetto XVI, nel suo discorso al Parlamento tedesco del 22 settembre 2011, ha criticato esplicitamente il positivismo giuridico di Kelsen, mostrando come proprio da questa impostazione siano discese le aberrazioni del nazionalsocialismo. Prima del potere della legge umana, esiste il vero diritto, che è la legge naturale scritta secondo le parole di san Paolo (Rm. 2, 14) nel cuore e nella coscienza di ogni uomo. «Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – ha affermato il Papa – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica».
Benedetto XVI ha quindi ricordato una frase di sant’Agostino: «Togli il diritto e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?». Ciò avviene, ed è tragicamente avvenuto nel XX secolo, quando si separa, e poi si contrappone, il potere della norma alla legge naturale e divina. In questo caso lo Stato diviene lo strumento per la distruzione del diritto.
Per l’Unione Europea, come per le principali istituzioni internazionali, la fonte suprema del diritto è la norma prodotta dal legislatore. Nel corso degli ultimi decenni, in base a questo principio, i legislatori vanno sostituendo “nuovi diritti” soggettivi, dall’aborto al “matrimonio” omosessuale, ai tradizionali diritti dell’uomo, radicati su di una legge naturale oggettiva e immutabile.
Ma cosa accade quando un popolo sovrano, attraverso i suoi legislatori, produce una norma difforme non dalla legge naturale, ma dalla volontà di altri produttori di norma? Il caso si è posto quando, il 1° gennaio 2012, è entrata in vigore la nuova costituzione ungherese, approvata con la maggioranza dei due terzi dall’Assemblea Nazionale il 18 aprile 2011 e firmata il 25 dello stesso mese dal Presidente della Repubblica Pal Schmitt.
Coerenza vorrebbe che l’Unione Europea si inchinasse con reverenza di fronte alla produzione normativa voluta dalla stragrande maggioranza del popolo ungherese. È accaduto invece che l’UE ha annunciato l’apertura di una procedura d’infrazione nei confronti di Budapest per la svolta autoritaria che il governo di Viktor Orban avrebbe imposto con l’entrata in vigore della nuova Costituzione. «Non vogliamo – ha affermato il presidente della Commissione Europea José Manuel Durao Barroso – che l’ombra del dubbio infici il rispetto dei valori e principi democratici in nessun Paese Ue».
Ufficialmente i punti incriminati del nuovo testo ungherese sono tre: i limiti posti all’autonomia della Banca centrale, la riduzione dell’età pensionabile dei giudici e le restrizioni all’indipendenza dell’Autorità per la privacy. In realtà altre sono le vere accuse. Intervistato il 14 gennaio da Radio Vaticana, mons. János Székely, vescovo ausiliare di Esztergom-Budapest, ha dichiarato che gli attacchi di Bruxelles e di gran parte dell’opinione pubblica europea sono dovuti alla difesa della vita, del matrimonio e della famiglia affermati dalla nuova legge fondamentale del Paese.
La nuova Costituzione considera infatti la famiglia come «la base della sopravvivenza della nazione», affermando che «l’Ungheria proteggerà l’istituzione del matrimonio inteso come l’unione coniugale di un uomo e di una donna», e proclama che «la vita del feto sarà protetta dal momento del concepimento» . Una disposizione quest’ultima che, pur non andando a incidere direttamente sulla normativa sull’aborto, apre la possibilità di restringere la disciplina in materia, ricorrendo a un giudizio di costituzionalità.
Inoltre la costituzione si apre nel nome di Dio e lo stemma nazionale è centrato sulla Santa Corona e su Santo Stefano, simboli storici dell’eredità dell’Ungheria cristiana.
I mezzi utilizzati per colpire l’Ungheria sono di vario genere. In primo luogo lo strangolamento economico, esercitato attraverso i diktat della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale e la pressione delle agenzie di rating. In Ungheria il debito pubblico è rimasto al livello del 75% del PIL e il tasso di disoccupazione non supera l’11%. Ma la BCE e il FMI rifiutano i prestiti e le agenzie Fitch, Standard & Poor’s e Moody’s Investors Service hanno declassato i titoli di Stato ungheresi dallo status “investment grade” a quello “junk”, ovvero di spazzatura.
In conseguenza, nel mese di gennaio, lo spread rispetto al Bund tedesco è arrivato a 850 punti, il fiorino ungherese è crollato, i tentativi del governo di immettere sul mercato europeo nuovi titoli di Stato sono falliti.
Al ricatto economico si aggiungono le minacce giuridiche. Il Parlamento europeo, attualmente presieduto dal socialista Martin Schulz, famoso per le sue intemperanze, è deciso a chiedere alla Commissione di impugnare davanti alla Corte europea la Costituzione e le leggi del governo Orbán, considerate in contrasto con i Trattati europei, fino ad attivare la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato di Lisbona che toglie il diritto di voto ai governi che non rispettano i principi fondamentali dell’UE.
Il tutto accompagnato da una violenta campagna di stampa denigratoria sul piano internazionale e da manifestazioni di protesta, promosse dai partiti di sinistra e appoggiate dalle ONG transnazionali e dall’ Istituto Eötvös, dello speculatore finanziario di origine ungherese George Soros.
Per parafrasare sant’Agostino e Benedetto XVI: una volta rimossa la legge naturale, che cosa distingue l’Unione Europea da una grossa banda di briganti?

Unione Europea: “L’euro contro l’Europa” di Roberto de Mattei


(di Gianandrea de Antonellis) Vent’anni fa, l’idea di poter girare l’Europa senza continuare a rivolgersi all’ufficio cambi sembrava meravigliosa; quindici anni fa, dopo l’attacco contro la lira organizzato dallo speculatore George Soros, l’idea di un un’unica valuta europea sembrava mettere al riparo da futuri attacchi della finanza internazionale. Nove anni fa, dopo dodici mesi di euro che di fatto si era imposto con il cambio a mille lire e non a 1930,27, con un conseguente aumento dei principali beni di consumo di quasi il 100%, molti entusiasmi iniziarono a smorzarsi. Ai nostri giorni il gradimento della moneta unica, vista dai più come fonte di sacrifici non ripagati, è al minimo storico.
Roberto de Mattei non ha dovuto aspettare tutto questo tempo per rendersi conto dei problemi che la nuova moneta avrebbe comportato: euroscettico della prima ora, già nel 1992 inviò ai parlamentari europei una lunga lettera aperta in cui sottolineava vari punti negativi del Trattato di Maastricht (1991). Ora tale lettera, di drammatica attualità, è riproposta dall’editore Solfanelli assieme ad altri scritti di Roberto de Mattei sullo stesso argomento (L’euro contro l’Europa. Vent’anni dopo il Trattato di Maastricht (1992-2012), Solfanelli, Chieti 2012, p. 72, € 8).
La principale domanda che lo studioso si pone è: di quale Europa parliamo? Naturalmente – purtroppo – siamo lontani da quell’Europa sinonimo di Cristianità: l’Europa dei burocrati, anzi, è fondata su radici nichiliste (come ben sappiamo, la semplice menzione delle radici cristiane del nostro continente è stata addirittura rifiutata nella Costituzione europea del 2003 proprio per l’opposizione di due Paesi che al cristianesimo – ed al cattolicesimo in particolare – debbono la propria nascita ed il proprio sviluppo: la Francia ed il Belgio), su una concezione puramente mercantilistica dell’uomo.
Paradossalmente, questo tipo di unione rischia di portare, anziché all’unificazione, ad un «processo di disgregazione degli Stati nazionali: e poiché l’Europa non può prescindere dagli Stati nazionali, che ne costituiscono l’ossatura, la liquidazione di questi Stati equivale alla distruzione dell’Europa condotta in nome dell’Europa stessa!» (p. 13)
Parimenti, l’esproprio della sovranità monetaria postula il successivo esproprio della sovranità politica e giuridica(pensiamo solo al famigerato mandato di cattura internazionale, in base al quale si può essere arrestati ed estradati per un atto commesso nel proprio Paese, dove non costituisce reato, ma che è considerato perseguibile dalla legislazione di un altro Paese aderente). Il fine sarebbe quello di realizzare un «megastato europeo» al cui interno si esistono tanti «microstati regionali», come ha teorizzato da anni la sinistra postmoderna.
Il progetto prevede anche di facilitare la concessione della nazionalità agli extracomunitari, in particolar modo a quelli di religione musulmana, con la conseguente trasformazione dell’Europa in “Eurabia”, come l’ha definita la saggista Bat Ye’or.
Ma il volume proposto da Solfanelli non raccoglie solo interventi del passato – quasi a formare un nostalgico «ve l’avevo detto!» – bensì si spinge fino ai nostri giorni, sottolineando come proprio nell’anno che ha visto le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità italiana, il suo principale incensatore, Giorgio Napolitano, abbia contribuito, con la nomina di Mario Monti, perfetta espressione dei “poteri forti”, all’abbattimento della sovranità politica italiana: «gli stessi “poteri forti” che, per liquidare i sovrani legittimi diedero nell’Ottocento il loro sostegno ideologico e finanziario all’unificazione, oggi vedono nello smantellamento dello Stato nazionale una nuova tappa per realizzare l’utopia della mazziniana Repubblica universale» (p. 51).
Insomma, non c’è via d’uscita dal tunnel che ci porta verso la dissoluzione dell’Europa? La via esiste, se si ci rende conto che è possibile rinunciare a certi dati che la stragrande maggioranza di noi ritiene (a torto) irreversibili: dal Trattato di Maastricht alla stessa moneta unica. (Gianandrea de Antonellis.)

La Corea del Nord annuncia lo stop alle attività nucleari, in cambio di cibo

29/02/2012 18:25
COREA - USA da asianews

Una fonte di AsiaNews: "Buon primo passo, ma dobbiamo andare con i piedi di piombo. Il regime potrebbe aver fatto un annuncio di facciata per ottenere gli aiuti internazionali". L'accordo confermato dagli Usa, che si sono incontrati a Pechino con i rappresentanti del regime.


Seoul (AsiaNews) - La Corea del Nord ha accettato una moratoria sui test missilistici a lungo raggio e sulle attività nucleari e di arricchimento dell'uranio nel sito di Yongbyon. La notizia, confermata anche dall'agenzia nordcoreana Kcna, è stata annunciata dal portavoce del dipartimento di Stato americano Victoria Nuland.
 Proprio Yongbyon è stata la sede del primo test nucleare operato dal regime stalinista: dopo gli esperimenti, la comunità internazionale ha imposto un taglio agli aiuti economici e umanitari che ha portato la Corea del Nord sull'orlo del disastro e della carestia.
 Secondo Washington, Pyongyang ha dato il via libera al ritorno degli ispettori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) per verificare e monitorare la moratoria sul nucleare. Nel comunicato dell'agenzia stalinista si legge che "le due parti hanno raggiunto l'accordo per amore della verità e della fiducia reciproca".
 L'accordo è stato raggiunto a Pechino nel corso di un incontro trilaterale che si è svolto il 23 e il 24 febbraio. Una fonte sudcoreana di AsiaNews, che opera in ambito governativo, commenta: "È un buon primo passo, ma temo che sia in funzione di ottenere di nuovo gli aiuti umanitari. Speriamo di trovarci davanti a un punto di svolta, ma dobbiamo procedere con i piedi di piombo".