giovedì 12 aprile 2012
Ora il Parlamento scopre che l’Imu è fuorilegge
Per gli esperti di Montecitorio l’imposta sulla casa approvata dal Senato viola l’articolo 23 della Costituzione
di Anna Maria Greco IL Giornale - 12 aprile 2012, 08:20
Roma - Gli esperti della Camera lanciano l’allarme: forte rischio incostituzionalità per il provvedimento sull’Imu. Sono pesanti le osservazioni del Servizio Studi di Montecitorio: il nuovo meccanismo di pagamento della tassa sulla casa non rispetterebbe la «riserva di legge» assegnata dall’articolo 23 della Costituzione alle imposizioni fiscali.Il testo approvato dal Senato probabilmente subirà modifiche a Montecitorio, dove ieri la Commissione Finanze si è trovata sul tavolo il critico dossier dell’Ufficio Studi. Si parla di rateizzazione in due-tre tranche dell’acconto Imu sulla prima abitazione, di soluzione per gli anziani ospitati nelle case di riposo che devono pagare l’aliquota più alta su quella che viene ritenuta seconda abitazione e di agevolazioni per gli appartamenti affittati a canone concordato. Che il decreto sulle semplificazioni fiscali in cui sono state inserite le norme sull’Imu non sia «blindato» lo conferma l’azzurro Gianfranco Conte, relatore e presidente della stessa Commissione.bE il Pdl presenta i suoi emendamenti per rendere la tassa «rateizzabile e una tantum», come ha detto il segretario Angelino Alfano che forse già oggi incontrerà il premier Monti per discutere di fisco. I tecnici della Camera sottolineano che le modifiche dell’importo delle aliquote di base e della detrazione sulla prima abitazione non sono contenute nel decreto fiscale, ma si prevede che siano introdotte da Palazzo Chigi con uno o più Dpcm (decreto del presidente del Consiglio dei ministri) da emanare entro il 10 dicembre.La modifica è dovuta ad un emendamento dei relatori nelle Commissioni Bilancio e Finanze del Senato, poi recepito nel maxi-emendamento del governo sul quale è stata votata la fiducia a Palazzo Madama. Ma nel dossier dell’Ufficio Studi sono forti le critiche al fatto che le previsioni del gettito dell’Imu non facciano parte di un provvedimento di legge, ma solo di una relazione tecnica. Le entrate attese saranno la base sulla quale riparametrare le aliquote dopo l’acconto di giugno.Gli esperti della Camera osservano che il decreto-legge 201 del 2011, il cosiddetto «Salva-Italia», non ha esplicitamente quantificato le stime del gettito ma rinvia, appunto, alla relazione tecnica allegata al provvedimento. Il Pdl intanto preme per ottenere le modifiche al testo di cui ha parlato Alfano: rendere l’acconto Imu rateizzabile e la tassa «una tantum». In via dell’Umiltà si è riunito ieri un tavolo ad hoc per presentare una serie di emendamenti in questo senso. Il termine in Commissione è scaduto alle 16 e ora solo governo e relatore potranno presentare le loro proposte di modifica. Il segretario del Pdl Alfano insiste per ottenere un faccia a faccia con il presidente del Consiglio al rientro dal viaggio in Medio Oriente, per discutere di come deve cambiare l’Imu, oltre che di legge sul mercato del lavoro e di delega fiscale del governo. Potrebbe essere oggi ma dipende molto sulle trattative sul mercato del lavoro. Pierluigi Bersani intanto precisa che le tasse di Monti sono colpa del Cavaliere e che il suo partito non ha colpe. «Ora affrontiamo questioni come Imu e Iva - dice il segretario del Pd - non per scelta di Monti, ma perchè stiamo scontando anni di non governo e di favole da parte di Berlusconi». Per Bersani, il premier «sta disinnescando le bombe ad orologeria innescate» dal centrodestra. Ma «queste misure rischiano di aggravare l’andamento recessivo». Frasi che provocano la reazione del vicepresidente dei deputati Pdl Osvaldo Napoli: «L’abuso di metafore ardite e del lessico scanzonato stanno mettendo il segretario del Pd sempre più in confusione. Per difendere il governo Monti, Bersani sostiene che se l’Imu è tornata e l’Iva aumentata è colpa di Berlusconi. Salvo poi criticare Monti per aver esagerato con le tasse».
Abdennour Bidar: Mohammed Merah, un mostro creato dalla malattia dell'islam
12/04/2012 08:44
ISLAM - FRANCIA da asianews
di Samir Khalil Samir
Un grande filosofo musulmano francese si domanda se la violenza salafita - come quella che ha ucciso i bambini della scuola ebraica di Tolosa - non sia il sintomo di qualcosa di guasto nella tradizione musulmana. Una religione che si è chiusa in se stessa. Per rinnovare oggi l'islam occorre accettare la sfida della modernità e dell'umanesimo. " Chi avrà questo coraggio ? Chi si prenderà questo rischio ? ". L'analisi di p. Samir Khalil.

Beirut (AsiaNews) - Mohammed Merah, ucciso a 23 anni, è tristemente famoso per aver compiuto, lo scorso 19 marzo, la strage dei bambini ebrei davanti alla scuola di Tolosa (Francia) e per l'uccisione giorni prima di alcuni parà francesi a Montauban. Assediato per ore dalla polizia nella casa dove si era rinchiuso, è morto in uno scontro a fuoco lo scorso 22 marzo.
Abdennour Bidar è un filosofo francese musulmano[1], che ho avuto la gioia di conoscere. Il 23 marzo scorso, egli ha pubblicato un articolo sul quotidiano "Le Monde", dal titolo: "Merah, un monstre issu de la maladie de l'islam (Merah, un mostro creato dalla malattia dell'islam ) ". Vista la sua importanza, vorrei presentarlo qui.
"Dopo che l'uccisore di Tolosa e di Montauban è stato identificato come 'salafita jihadista'... il discorso dei dignitari dell'islam in Francia è stato quello di evitare ogni 'amalgama' fra la radicalità di questo individuo e la 'comunità' pacifica dei musulmani di Francia" per ben "distinguere fra islam e islamismo, islam e violenza".
Rimane però una grave questione : " Nel suo insieme, la religione islam può essere sdoganata da questo tipo di azione radicale ?... Non vi è comunque in questo gesto l'espressione estrema di una malattia dello stesso islam ? ".
Bidar ricorda che nell'islam esiste una " degenerazione " che prende delle forme multiple : " ritualismo, formalismo, dogmatismo, sessismo, antisemitismo, intolleranza, incultura o 'sottocultura' religiosa sono i mali da cui è incancrenita ".
Queste malattie sono diffuse, ma si trovano anche " musulmani moralmente, socialmente, spiritualmente illuminati dalla loro fede ". Non si può dunque dire che " l'islam è per essenza intollerante ". Si può però dire che l'islam contiene - affianco a esigenze morali certe - anche elementi di intolleranza che riappaiono a periodi in diverse circostanze. E aggiunge : " Tutti questi mali che ho enumerato alterano la salute della cultura islamica in Francia e altrove ".
Di fronte a una simile situazione, i musulmani devono reagire con coraggio. L'autore dice che l'islam deve riconoscere " che questo tipo di gesto, pur essendo estraneo alla sua spiritualità e alla sua cultura, è comunque il sintomo più grave, più eccezionale, della profonda crisi che esse attraversano ". E si domanda : " Chi avrà questo coraggio ? Chi si prenderà questo rischio ? "
Ci si può chiedere perché l'autore parli di coraggio. Il motivo è che "da diversi secoli" l'islam è bloccato nelle sue certezze. Non osa rimettersi in questione. Si accontenta di affermare e riaffermare la sua "verità". Più si afferma con forza, più mostra la sua debolezza interna. Di fronte al mondo che lo contesta, esso risponde con la violenza, perché non osa affrontare il mondo esterno, se non per dichiararlo malvagio e corrotto. Esso "è incapace di autocritica", dice Bidar.
È questa la malattia dell'islam: "considerare in modo paranoico che ogni messa in causa dei suoi dogmi è un sacrilegio. Corano, Profeta, ramadan, halal, ecc..: anche presso individui educati, coltivati, in tante cose pronti al dialogo, il minimo tentativo di rimettere in causa questi totem dell'islam, si scontra con un ultimo rifiuto".
Nella loro maggioranza, i musulmani negano a chiunque di poter rimettere in questione le loro tradizioni, i loro riti, i loro costumi o abitudini. Essi si sono murati nel loro mondo proprio, che assolutizzano, sacralizzano, dichiarano sacro. "La più parte delle coscienze musulmane si rifiutano e rifiutano pure a chiunque il diritto di discutere ciò che una tradizione fissata in una sacralità intoccabile ha istituito da millenni: riti, principi, costumi, che però non corrispondono più a tutti i bisogni spirituali del tempo presente".
Essi sono rimasti attaccati a queste tradizioni, stabilite nel 7° secolo, in un contsto beduino, e "non si rendono conto nemmeno loro stessi che sempre più sovente, le loro rivendicazioni hanno cambiato natura". I valori che essi sostengono come autenticamente musulmani, perché fedeli alla pratica degli "Antichi" (i salaf, da cui la parola salafita), non corrispondono più del tutto ai criteri attuali degli stessi musulmani, criteri stabiliti "in nome di valori del tutto profani: diritto alla differenza, alla tolleranza, alla libertà di coscienza".
E il nostro autore aggiunge: "Come stupirsi se in questo clima generale di civilizzazione, congelato e schizofrenico, qualche spirito malato trasformi e radicalizzi questa chiusura collettiva in fanatismo assassino?".
In effetti, per i salafiti, il modello rimane fissato al passato, all'epoca del "Profeta", al VII secolo, al modello della società beduina o sedentarizzata di recente. Il modello va all'indietro e non in avanti. Il vero musulmano, per questi salafiti, per ritrovare la vera essenza dell'islam, deve operare un ritorno all'indietro e non guardare in avanti, questo "avanti" rappresentato dalla cultura occidentale, bollata come corrotta e depravata.
Il musulmano medio reagisce dicendo che questi salafiti sono l'eccezione, che essi non rappresentano il vero islam, che è un islam retrogrado, ecc... Nello stesso tempo, i salafiti si presentano come i soli "autentici", perché essi sono fedeli alla "Tradizione del Profeta" (sunnat al-Nabi), e che il Profeta è presentato nel Corano come il modello per eccellenza (Corano 33 : 21). A sua volta, il musulmano medio ribatte che l'islam autentico è l'islam pacifico, conforme al Corano che dice "Nessuna costrizione in materia di religione " ((Corano 2, 256).
Il musulmano medio dice che " un fanatismo simile è [solo] di qualcheduno e che 'è l'albero che nasconde la foresta di un islam pacifico' ".
Ma Bidar si pone la domanda : " Qual è lo stato reale della foresta in cui alberi simili prendono radice ? Una cultura sana e una vera educazione spirituale avrebbero potuto generare mostri simili ? "
Tali casi sono ormai troppo numerosi per essere solo un albero nella foresta ! Come mai vi sono così tanti " fanatici ", i quali quali sono spesso persone educate, che superano alla lunga la media dei musulmani ? Com'è che tanti occidentali convertiti all'islam, o musulmani che da tanto tempo vivono in occidente si sentono attirati verso questo estremismo ?
E più ancora, com'è che tanti imam e guide, formati nei migliori e più autentici centri islamici mondiali, facciano poi pubblicità per un islam simile ?
" Alcuni musulmani - dice l'autore - intuiscono che questo tipo di questione è stata ritardata per troppo tempo. Inizia a emergere fra loro la coscienza che [col tempo] diverrà più difficile voler deresponsabilizzare l'islam dai suoi fanatici, e di fare come se fosse sufficiente richiamare alla distinzione fra islam e islamismo radicale ".
Di fronte alle frequenti manifestazioni dell'islamismo radicale è troppo facile dire soltanto che questo non è l'islam. La "primavera araba" che vediamo svilupparsi sotto i nostri occhi è troppo sovente trasformata in un "autunno islamico". E questo islamismo rischia di riportarci alla civiltà del deserto.
E Bidar proclama: "Ma per molti più musulmani deve diventare evidente che ormai in questa cultura religiosa le radici dell'albero del male sono troppo assorbite e troppo numerose perché essa continui a credere di potersi accontentare di denunciare le sue pecore nere... L'islam deve accettare il principio della sua completa rifondazione o - senza dubbio - della sua integrazione a un umanesimo più vasto, che lo conduca alla fine a superare le proprie frontiere e orizzonti".
Si tratta dunque di un superamento di sé, "delle proprie frontiere e del proprio orizzonte", come dice il prof. Abdennour. O avviene questo o è la morte. Si tratta di "rifondare in modo completo" in un "umanesimo più vasto". E a questo punto egli pone la domanda: "Ma[l'islam] accetterà di morire in questo modo perché dalla sua eredità rinasca una nuova forma di vita spirituale? E dove cercare l'ispirazione per questo superamento?".
Da buon professore di filosofia, Abdennour ("il servitore della Luce"), dà questa risposta: "Come specialista del pensiero fra i più profondi dell'islam, io vedo che i pensieri filosofici e mistici di Averroè (1126-1198) e di Ibn Arabi (1165-1241) [hanno] una saggezza che è stata perduta - la maggioranza dei musulmani non conosce più nemmeno i loro nomi. Ad ogni modo, non si tratta di farli risuscitare, né di ripeterli. È ormai troppo tardi per questo. Si tratta di trovare il loro equivalente per il nostro tempo. Da questo punto di vista, non basta essere pronti ad ammettere che alla fine vi è "una malattia generale dell'islam" e che occorre tornare a queste "saggezze del passato".
Vi è dunque una "malattia generale dell'islam". Da diversi decenni l'islam attraversa una crisi fra le più forti. La maggior parte degli intellettuali e dei pensatori illuminati lo dicono e lo ripetono. Molti tentano di uscire da questa crisi, ma la tendenza fondamentalista è più forte e blocca ogni sforzo di rinnovamento o di riforma, come dice Bidar. Il punto è che il salto in avanti è un salto nell'ignoto, con tutti i rischi che esso comporta, mentre il ritorno all'indietro sembra sicuro, conforme alla Sunnah ed è rassicurante. Per Bidar, l'islam "deve re-inventarsi una cultura spirituale". Quest'ultima parola è una delle parole-chiavi del nostro filosofo, in tutte le sue opere: la spiritualità. Citiamo allora la sua conclusione:
"La sfida è molto più importante. Occorre che l'islam giunga a questa lucidità completamente nuova in cui comprendere che esso deve reinventare una cultura spirituale sulle macerie del materiale morto delle sue tradizioni. Ma, altra difficoltà importante, esso non potrà farlo da sé e per sé: a tutt'oggi non servirebbe a nulla voler istituire un "umanesimo islamico" affianco a un "umanesimo occidentale" o a un "umanesimo buddista". Se il domani del XXI secolo è spirituale, ciò non avverrà in modalità separate fra le differenti religioni e visioni del mondo, ma sulla base di una fede comune nell'uomo. Da trovare insieme".
[1] Nato a Clermont-Ferrand il 13 gennaio 1971 da madre francese musulmana. Educato dal nonno, un laicista estremo, egli cerca la sua strada in un islam riflesso e spirituale. Ho incontrato personalmente Bidar il 12 luglio 2007 al Senato di Parigi, durante il Colloquio «Europa-Oriente : Dialogo con l'Islam », patrocinato Christian Poncelet, presidente del Senato (v. :http://www.senat.fr/colloques/europe_orient/europe_orient_mono.html). Con altri, Abdennour doveva trattare il tema « Si può adattare l'islam all'Europa ? » ; io (insieme a Mohammed Arkoun, Abdelmajid Charfi e Youssef Seddik) dovevo trattare la questione « Si può concepire un'esegesi islamica ? ». Abbiamo avuto uno scambio profondo e personale, che per me rimane indimenticabile. Egli è anche autore di numerosi articoli e soprattutto di cinque opere che hanno fatto molto discutere : Un islam pour notre temps (Un islam per il nostro tempo, 2004) ; Self Islam, Histoire d'un islam personnel (Self-Islam, storia di un islam personale, 2006) ; L'islam sans soumission. Pour un existentialisme musulman (L'islam senza sottomissione. Per un esistenzialismo musulmano, 2008) ; L'islam face à la mort de Dieu. Actualité de Mohammed Iqbal (L'islam davanti alla morte di Dio. Attualità di Mohammed Iqbal, 2010) ; Comment sortir de la religion ? (Come uscire dalla religione ?, 2012).
ISLAM - FRANCIA da asianews
di Samir Khalil Samir
Un grande filosofo musulmano francese si domanda se la violenza salafita - come quella che ha ucciso i bambini della scuola ebraica di Tolosa - non sia il sintomo di qualcosa di guasto nella tradizione musulmana. Una religione che si è chiusa in se stessa. Per rinnovare oggi l'islam occorre accettare la sfida della modernità e dell'umanesimo. " Chi avrà questo coraggio ? Chi si prenderà questo rischio ? ". L'analisi di p. Samir Khalil.

Beirut (AsiaNews) - Mohammed Merah, ucciso a 23 anni, è tristemente famoso per aver compiuto, lo scorso 19 marzo, la strage dei bambini ebrei davanti alla scuola di Tolosa (Francia) e per l'uccisione giorni prima di alcuni parà francesi a Montauban. Assediato per ore dalla polizia nella casa dove si era rinchiuso, è morto in uno scontro a fuoco lo scorso 22 marzo.
Abdennour Bidar è un filosofo francese musulmano[1], che ho avuto la gioia di conoscere. Il 23 marzo scorso, egli ha pubblicato un articolo sul quotidiano "Le Monde", dal titolo: "Merah, un monstre issu de la maladie de l'islam (Merah, un mostro creato dalla malattia dell'islam ) ". Vista la sua importanza, vorrei presentarlo qui.
"Dopo che l'uccisore di Tolosa e di Montauban è stato identificato come 'salafita jihadista'... il discorso dei dignitari dell'islam in Francia è stato quello di evitare ogni 'amalgama' fra la radicalità di questo individuo e la 'comunità' pacifica dei musulmani di Francia" per ben "distinguere fra islam e islamismo, islam e violenza".
Rimane però una grave questione : " Nel suo insieme, la religione islam può essere sdoganata da questo tipo di azione radicale ?... Non vi è comunque in questo gesto l'espressione estrema di una malattia dello stesso islam ? ".
Bidar ricorda che nell'islam esiste una " degenerazione " che prende delle forme multiple : " ritualismo, formalismo, dogmatismo, sessismo, antisemitismo, intolleranza, incultura o 'sottocultura' religiosa sono i mali da cui è incancrenita ".
Queste malattie sono diffuse, ma si trovano anche " musulmani moralmente, socialmente, spiritualmente illuminati dalla loro fede ". Non si può dunque dire che " l'islam è per essenza intollerante ". Si può però dire che l'islam contiene - affianco a esigenze morali certe - anche elementi di intolleranza che riappaiono a periodi in diverse circostanze. E aggiunge : " Tutti questi mali che ho enumerato alterano la salute della cultura islamica in Francia e altrove ".
Di fronte a una simile situazione, i musulmani devono reagire con coraggio. L'autore dice che l'islam deve riconoscere " che questo tipo di gesto, pur essendo estraneo alla sua spiritualità e alla sua cultura, è comunque il sintomo più grave, più eccezionale, della profonda crisi che esse attraversano ". E si domanda : " Chi avrà questo coraggio ? Chi si prenderà questo rischio ? "
Ci si può chiedere perché l'autore parli di coraggio. Il motivo è che "da diversi secoli" l'islam è bloccato nelle sue certezze. Non osa rimettersi in questione. Si accontenta di affermare e riaffermare la sua "verità". Più si afferma con forza, più mostra la sua debolezza interna. Di fronte al mondo che lo contesta, esso risponde con la violenza, perché non osa affrontare il mondo esterno, se non per dichiararlo malvagio e corrotto. Esso "è incapace di autocritica", dice Bidar.
È questa la malattia dell'islam: "considerare in modo paranoico che ogni messa in causa dei suoi dogmi è un sacrilegio. Corano, Profeta, ramadan, halal, ecc..: anche presso individui educati, coltivati, in tante cose pronti al dialogo, il minimo tentativo di rimettere in causa questi totem dell'islam, si scontra con un ultimo rifiuto".
Nella loro maggioranza, i musulmani negano a chiunque di poter rimettere in questione le loro tradizioni, i loro riti, i loro costumi o abitudini. Essi si sono murati nel loro mondo proprio, che assolutizzano, sacralizzano, dichiarano sacro. "La più parte delle coscienze musulmane si rifiutano e rifiutano pure a chiunque il diritto di discutere ciò che una tradizione fissata in una sacralità intoccabile ha istituito da millenni: riti, principi, costumi, che però non corrispondono più a tutti i bisogni spirituali del tempo presente".
Essi sono rimasti attaccati a queste tradizioni, stabilite nel 7° secolo, in un contsto beduino, e "non si rendono conto nemmeno loro stessi che sempre più sovente, le loro rivendicazioni hanno cambiato natura". I valori che essi sostengono come autenticamente musulmani, perché fedeli alla pratica degli "Antichi" (i salaf, da cui la parola salafita), non corrispondono più del tutto ai criteri attuali degli stessi musulmani, criteri stabiliti "in nome di valori del tutto profani: diritto alla differenza, alla tolleranza, alla libertà di coscienza".
E il nostro autore aggiunge: "Come stupirsi se in questo clima generale di civilizzazione, congelato e schizofrenico, qualche spirito malato trasformi e radicalizzi questa chiusura collettiva in fanatismo assassino?".
In effetti, per i salafiti, il modello rimane fissato al passato, all'epoca del "Profeta", al VII secolo, al modello della società beduina o sedentarizzata di recente. Il modello va all'indietro e non in avanti. Il vero musulmano, per questi salafiti, per ritrovare la vera essenza dell'islam, deve operare un ritorno all'indietro e non guardare in avanti, questo "avanti" rappresentato dalla cultura occidentale, bollata come corrotta e depravata.
Il musulmano medio reagisce dicendo che questi salafiti sono l'eccezione, che essi non rappresentano il vero islam, che è un islam retrogrado, ecc... Nello stesso tempo, i salafiti si presentano come i soli "autentici", perché essi sono fedeli alla "Tradizione del Profeta" (sunnat al-Nabi), e che il Profeta è presentato nel Corano come il modello per eccellenza (Corano 33 : 21). A sua volta, il musulmano medio ribatte che l'islam autentico è l'islam pacifico, conforme al Corano che dice "Nessuna costrizione in materia di religione " ((Corano 2, 256).
Il musulmano medio dice che " un fanatismo simile è [solo] di qualcheduno e che 'è l'albero che nasconde la foresta di un islam pacifico' ".
Ma Bidar si pone la domanda : " Qual è lo stato reale della foresta in cui alberi simili prendono radice ? Una cultura sana e una vera educazione spirituale avrebbero potuto generare mostri simili ? "
Tali casi sono ormai troppo numerosi per essere solo un albero nella foresta ! Come mai vi sono così tanti " fanatici ", i quali quali sono spesso persone educate, che superano alla lunga la media dei musulmani ? Com'è che tanti occidentali convertiti all'islam, o musulmani che da tanto tempo vivono in occidente si sentono attirati verso questo estremismo ?
E più ancora, com'è che tanti imam e guide, formati nei migliori e più autentici centri islamici mondiali, facciano poi pubblicità per un islam simile ?
" Alcuni musulmani - dice l'autore - intuiscono che questo tipo di questione è stata ritardata per troppo tempo. Inizia a emergere fra loro la coscienza che [col tempo] diverrà più difficile voler deresponsabilizzare l'islam dai suoi fanatici, e di fare come se fosse sufficiente richiamare alla distinzione fra islam e islamismo radicale ".
Di fronte alle frequenti manifestazioni dell'islamismo radicale è troppo facile dire soltanto che questo non è l'islam. La "primavera araba" che vediamo svilupparsi sotto i nostri occhi è troppo sovente trasformata in un "autunno islamico". E questo islamismo rischia di riportarci alla civiltà del deserto.
E Bidar proclama: "Ma per molti più musulmani deve diventare evidente che ormai in questa cultura religiosa le radici dell'albero del male sono troppo assorbite e troppo numerose perché essa continui a credere di potersi accontentare di denunciare le sue pecore nere... L'islam deve accettare il principio della sua completa rifondazione o - senza dubbio - della sua integrazione a un umanesimo più vasto, che lo conduca alla fine a superare le proprie frontiere e orizzonti".
Si tratta dunque di un superamento di sé, "delle proprie frontiere e del proprio orizzonte", come dice il prof. Abdennour. O avviene questo o è la morte. Si tratta di "rifondare in modo completo" in un "umanesimo più vasto". E a questo punto egli pone la domanda: "Ma[l'islam] accetterà di morire in questo modo perché dalla sua eredità rinasca una nuova forma di vita spirituale? E dove cercare l'ispirazione per questo superamento?".
Da buon professore di filosofia, Abdennour ("il servitore della Luce"), dà questa risposta: "Come specialista del pensiero fra i più profondi dell'islam, io vedo che i pensieri filosofici e mistici di Averroè (1126-1198) e di Ibn Arabi (1165-1241) [hanno] una saggezza che è stata perduta - la maggioranza dei musulmani non conosce più nemmeno i loro nomi. Ad ogni modo, non si tratta di farli risuscitare, né di ripeterli. È ormai troppo tardi per questo. Si tratta di trovare il loro equivalente per il nostro tempo. Da questo punto di vista, non basta essere pronti ad ammettere che alla fine vi è "una malattia generale dell'islam" e che occorre tornare a queste "saggezze del passato".
Vi è dunque una "malattia generale dell'islam". Da diversi decenni l'islam attraversa una crisi fra le più forti. La maggior parte degli intellettuali e dei pensatori illuminati lo dicono e lo ripetono. Molti tentano di uscire da questa crisi, ma la tendenza fondamentalista è più forte e blocca ogni sforzo di rinnovamento o di riforma, come dice Bidar. Il punto è che il salto in avanti è un salto nell'ignoto, con tutti i rischi che esso comporta, mentre il ritorno all'indietro sembra sicuro, conforme alla Sunnah ed è rassicurante. Per Bidar, l'islam "deve re-inventarsi una cultura spirituale". Quest'ultima parola è una delle parole-chiavi del nostro filosofo, in tutte le sue opere: la spiritualità. Citiamo allora la sua conclusione:
"La sfida è molto più importante. Occorre che l'islam giunga a questa lucidità completamente nuova in cui comprendere che esso deve reinventare una cultura spirituale sulle macerie del materiale morto delle sue tradizioni. Ma, altra difficoltà importante, esso non potrà farlo da sé e per sé: a tutt'oggi non servirebbe a nulla voler istituire un "umanesimo islamico" affianco a un "umanesimo occidentale" o a un "umanesimo buddista". Se il domani del XXI secolo è spirituale, ciò non avverrà in modalità separate fra le differenti religioni e visioni del mondo, ma sulla base di una fede comune nell'uomo. Da trovare insieme".
[1] Nato a Clermont-Ferrand il 13 gennaio 1971 da madre francese musulmana. Educato dal nonno, un laicista estremo, egli cerca la sua strada in un islam riflesso e spirituale. Ho incontrato personalmente Bidar il 12 luglio 2007 al Senato di Parigi, durante il Colloquio «Europa-Oriente : Dialogo con l'Islam », patrocinato Christian Poncelet, presidente del Senato (v. :http://www.senat.fr/colloques/europe_orient/europe_orient_mono.html). Con altri, Abdennour doveva trattare il tema « Si può adattare l'islam all'Europa ? » ; io (insieme a Mohammed Arkoun, Abdelmajid Charfi e Youssef Seddik) dovevo trattare la questione « Si può concepire un'esegesi islamica ? ». Abbiamo avuto uno scambio profondo e personale, che per me rimane indimenticabile. Egli è anche autore di numerosi articoli e soprattutto di cinque opere che hanno fatto molto discutere : Un islam pour notre temps (Un islam per il nostro tempo, 2004) ; Self Islam, Histoire d'un islam personnel (Self-Islam, storia di un islam personale, 2006) ; L'islam sans soumission. Pour un existentialisme musulman (L'islam senza sottomissione. Per un esistenzialismo musulmano, 2008) ; L'islam face à la mort de Dieu. Actualité de Mohammed Iqbal (L'islam davanti alla morte di Dio. Attualità di Mohammed Iqbal, 2010) ; Comment sortir de la religion ? (Come uscire dalla religione ?, 2012).
IL PROSSIMO LIBRO DI COSTANZA MIRIANO: ''VOI MARITI SIATE PRONTI A MORIRE PER LE VOSTRE MOGLI, COME CRISTO HA DATO LA VITA PER LA CHIESA''
IL PROSSIMO LIBRO DI COSTANZA MIRIANO: ''VOI MARITI SIATE PRONTI A MORIRE PER LE VOSTRE MOGLI, COME CRISTO HA DATO LA VITA PER LA CHIESA''
La donna tende al controllo, l'uomo all'egoismo: e allora bisogna ricordare all'uomo qual è la sua chiamata, quella all'eroismo
di Isabel Molina
Questa intervista a Costanza pubblicata sul settimanale spagnolo Misiòn (una sorta di Famiglia Cristiana ispanica) e ripubblicato anche online sul sito Religiòn en Libertad, ha avuto per giorni il più alto numero di letture e di commenti (con discussioni anche piuttosto animate). Abbiamo pensato di proporvelo in italiano.
CHE COSA TI HA ISPIRATO QUESTO LIBRO?
In realtà il libro è nato un po' per caso. Stavo trascorrendo ore e ore al telefono per convincere una mia amica a sposarsi. E' capitato che ne parlassi con un collega. Gli ho spiegato che secondo me spesso era il fidanzato ad avere ragione, che le pretese della mia amica erano irragionevoli, che vedevo per loro una felicità che non si decidevano a cogliere per una serie di idee strampalate, quelle che abbiamo un po' tutti sull'amore e sul matrimonio. Ricordavo anche spesso alla mia amica che è importante che una donna sia accogliente, dolce, capace di mediare, di mettere in relazione, di unire più che di dividere. Queste tesi sono piaciute molto al mio amico, che mi ha messa in contatto con la casa editrice. Avevo dunque trovato un editore prima ancora di avere scritto un solo capitolo, e così mi è sembrato che fosse chiaramente un disegno della Provvidenza che io scrivessi questo libro. Vedo intorno a me tanta infelicità, e molta di essa è evitabile. C'è un'idea assurda del matrimonio in giro, soprattutto adesso che le donne, nella loro in certi casi giusta battaglia di emancipazione, hanno perso anche un po' della loro identità profonda, del loro "genio femminile", come lo chiamava Wojtyla nella Mulieris dignitatem.
COSA PENSA TUO MARITO DI QUELLO CHE HAI SCRITTO?
Pensa: "Oh, come sarebbe bello se tu fossi davvero così!" No, scherzo... Lui è stato il mio primo lettore, il più severo quanto allo stile (spesso mi aiuta ad essere più efficace, a trovare le parole giuste), ma il più entusiasta quanto ai contenuti. Mi ha incoraggiata, e continua a farlo, vuole che scriva ancora. Inoltre si occupa lui del mio blog, che ha già avuto oltre 700mila contatti, ed è stato invitato anche al Vatican Meeting per i bloggers.
SOTTOMISSIONE È UNA PAROLA UN PO' SCIOCCANTE PER LE DONNE DI OGGI... PERCHÉ SUGGERISCI ALLE DONNE DI SOTTOMETTERSI? CHE INTENDI ESATTAMENTE?
Non sono mica io a scegliere questa parola! E' san Paolo, nella lettera agli Efesini. La parola sembra offensiva, a noi donne di oggi, perché non sappiamo uscire dalla logica del dominio e della sopraffazione, che spesso vige in molte coppie. Ma in una logica di servizio reciproco, sottomissione indica solo lo specifico tipo di servizio al quale è chiamata la donna. Mentre l'uomo, chiamato anche lui a servire, in modo diverso, deve essere "pronto a morire per la sposa come Cristo per la Chiesa". Dunque non è che all'uomo vada molto meglio... San Paolo ce lo ricorda perché noi donne tendenzialmente vorremmo controllare tutto, mettere sempre la nostra impronta, dire l'ultima parola, manovrare le persone, magari non direttamente o apertamente, ma da dietro, in modo non scoperto. Invece essere sottomesse significa letteralmente stare sotto, cioè sostenere tutti i membri della famiglia, sorreggere, accompagnare i più deboli. Questa è una qualità peculiarmente femminile, e nessuna rivoluzione femminista potrà mai farci dimenticare che questo è il nostro vero talento. Potremo lavorare e avere sempre maggiori successi, ma la cosa che sappiamo fare meglio, e quella che davvero risponde ai nostri più profondi desideri del nostro cuore, è mettere noi e gli altri in relazione. L'amore della donna è più oblativo, quello dell'uomo più deciso e portato ad "uscire fuori" mentre la donna accoglie (il rapporto fisico è figura di quello spirituale). Uomini e donne di oggi devono riappropriarsi del loro specifico talento, complementare l'uno all'altro.
IN POCHE PAROLE, CHE SIGNIFICA ESSERE UNA BUONA MOGLIE?
Wow, che domanda difficile! E in poche parole, poi... Be' credo che una parte della risposta cambi per ogni coppia, io dovrei per esempio smettere di dare pareri non richiesti su argomenti che non conosco, è la mia specialità. In generale penso che una sposa debba essere accogliente, dolce, paziente. Deve partire da un pregiudizio positivo sul proprio marito, e quindi accogliere come buono per principio tutto quello che viene da lui. Il nostro modello deve essere la Madonna della medaglia miracolosa, con le mani e le braccia aperte per accogliere quello che viene, e sotto il piede il serpente, che è la nostra lingua, sempre pronta a criticare, a trovare quello che non va, a sottolineare quello che manca. Una buona moglie poi cerca di rimandare il momento del confronto: non discute quando vede qualcosa che non va, ma lascia decantare le emozioni, schiarirsi la vista dell'intelletto, e trovare, se una critica è da fare, il momento più giusto, quello dell'intimità. Mai e poi mai, infine, contraddice il padre davanti ai figli.
QUALE SAREBBE IL PRIMO CONSIGLIO CHE DARESTI A UNA GIOVANE DONNA CHE SOGNI UN MATRIMONIO PIÙ APPAGANTE E SODDISFACENTE?
Le donne giovani vanno più spesso incontro a delusioni, perché a differenza che nel passato oggi abbiamo pretese altissime nei confronti del matrimonio. Nel passato serviva a trovare una sistemazione, oggi dal matrimonio vogliamo la felicità, ed è giusto e bello che sia così. Solo che bisogna accettare i limiti nostri e dell'altro, sapere che ci deluderemo in alcune cose, ci faremo arrabbiare in altre, e poi, è chiaro, ci stupiremo in altre ancora. L'amore non è un sentimento, è una decisione. Aderiamo liberamente e con tutta la nostra volontà alla scelta di una persona sola, per tutta la vita. Allora sappiamo che il sentiero sarà tortuoso, ci saranno delle salite, e dei momenti in cui la strada sembrerà tutta dritta e apparentemente noiosa. Ma bisogna allenare gli occhi a vedere le meraviglie nascoste nel quotidiano, a scoprire che dopo una salita si apre una vallata di una bellezza inimmaginabile, che chi passa da una storia all'altra, chi non ha il coraggio di fare la salita, non si sogna neanche.
TI SUCCEDE A VOLTE DI ARRABBIARTI CON TUO MARITO? E SE SUCCEDE, COME VI RICONCILIATE?
Certo che succede! Anche se non spesso, perché io sono piuttosto paziente, e difficilmente mi arrabbio proprio. In più mio marito è davvero buono. Ma se non sono d'accordo, come ho detto, cerco di rimandare il momento di dirgli perché non la penso come lui. Faccio sbollire l'arrabbiatura, mi chiarisco le idee, e il più delle volte mi accorgo che aveva ragione lui. Inoltre ho i miei piccoli sfoghi: prima di tutto c'è la preghiera, il rosario. Poi c'è la corsa, la mia grande passione (sono una maratoneta): dopo una bella sudata non mi ricordo neanche perché ero preoccupata. Infine ci sono le amiche: con loro posso lamentarmi, sfogarmi, essere lagnosa, querula, noiosa, insopportabile. Un uomo se gli poni un problema cerca di risolverlo, invece un'amica dice esattamente quello che vuoi sentirti dire: che sei una donna meravigliosa e che davvero reggi il mondo intero sulle spalle. Che lo fai magnificamente, e che fra l'altro quel nuovo taglio ti dona moltissimo, e forse sei anche un po' dimagrita.
QUAL È LA SFIDA PRINCIPALE CHE IL MATRIMONIO RAPPRESENTA PER LE COPPIE, OGGI?
Tutta la società spinge in moltissimi modi contro la famiglia. Dio è scomparso dall'orizzonte, e senza Dio, che con la forza del sacramento e con la grazia rinnovata ogni volta che glielo chiediamo nella preghiera, è impossibile pensare a qualcosa che sia per sempre, in questa società liquida e relativista. Prima le tradizioni e le convenzioni, le consuetudini forse costringevano anche le persone, ma le tenevano salde. L'idea di essere infedeli, di seguire istinti, emozioni, di essere liberi da vincoli è fortissima: è diffusa, la si respira nell'aria. Inoltre non ci sono aiuti per le famiglie numerose, di nessun tipo, né facilitazioni per conciliare famiglia e lavoro, o magari permettere alle mamme di stare a casa, con congrui contributi economici. Tutto congiura contro la famiglia, e solo la Chiesa davvero ci difende, fa una battaglia culturale per noi. Altrimenti l'idea che passa è che le famiglie felici sono solo quelle allargate, magari con omosessuali, risposati, separati, figli di altri letti. Quelle cosiddette libere, mentre la vera libertà è solo quella che dà la Verità, cioè Gesù Cristo.
CHE IMPATTO STAI AVENDO SULLE DONNE CATTOLICHE ITALIANE? PENSI DI AVERLE INDOTTE A GUARDARE IL MATRIMONIO IN MODO DIVERSO?
Mamma mia, che impressione!! Non so se davvero sto cambiando così tanto le cose, ma se devo dire la verità ho ricevuto tantissime lettere di donne che mi hanno detto che le ho aiutate a modificare il loro modo di vivere il matrimonio. Molte, anche tra quelle che ho incontrato alle presentazioni in giro per tutta Italia (ho ricevuto centinaia di inviti, ma non posso dire sempre sì), mi hanno detto che grazie al mio libro hanno imparato a volere più bene al loro marito. Alcune hanno deciso di sposarsi, altre hanno recuperato una storia che era in crisi. E anche molte donne cattoliche impegnate, ben formate da anni di incontri di formazione spirituale, mi hanno detto che certe cose non si dicono più neanche in ambiti religiosi, mentre la mia visione, cioè quella di san Paolo, è davvero quella che risponde più profondamente al loro cuore.
STAI PREPARANDO UN ALTRO LIBRO?
Sì, sto cercando di analizzare il seguito della frase di san Paolo, nella lettera agli Efesini: e voi mariti siate pronti a morire per le vostre mogli, come Cristo è morto per la Chiesa. Se la donna tende al controllo l'uomo tende all'egoismo, e allora bisogna ricordargli qual è la sia chiamata, quella all'eroismo. Quindi il prossimo libro è per lui.
LA PREGHIERA È IMPORTANTE PER LA VITA MATRIMONIALE?
Certo, la preghiera è importantissima per tutti. Prima di parlare bisogna pensare, ma prima di pensare bisogna pregare. La preghiera pulisce gli occhi e fa vedere tutto più chiaro. Scioglie i nodi e appiana le incomprensioni. Porta la pace prima di tutto nel nostro cuore e ci permette di diffonderla.
QUALI SONO I TRE LIBRI CHE HA AMATO DI PIÙ?
A parte la Bibbia, dice? Beh, la Divina Commedia, innanzitutto, che ricorda all'uomo quale ampiezza deve avere il suo respiro, proiettato verso l'eternità. La mia santa preferita è la vostra Teresa d'Avila, e le sue opere sono meravigliose, ma anche Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, ha scritto parole meravigliose sulla donna. Poi c'è un libro poco noto, forse, che si chiama Il mistero della donna, di Jo Croissant, che invita le donne al sacerdozio del cuore, a offrire in sacrificio quella sete d'amore che tutte ci arde, e che non è mai saziata.
COME TRASMETTE IL SUO MESSAGGIO AI FIGLI?
Poche parole e molta pratica: i bambini ascoltano con gli occhi. Vedono il rispetto reciproco, il sacrificio, la donazione generosa di babbo e mamma, che li seguono e li amano con modalità diversissime ma complementari.
CHE COSA TI HA ISPIRATO QUESTO LIBRO?
In realtà il libro è nato un po' per caso. Stavo trascorrendo ore e ore al telefono per convincere una mia amica a sposarsi. E' capitato che ne parlassi con un collega. Gli ho spiegato che secondo me spesso era il fidanzato ad avere ragione, che le pretese della mia amica erano irragionevoli, che vedevo per loro una felicità che non si decidevano a cogliere per una serie di idee strampalate, quelle che abbiamo un po' tutti sull'amore e sul matrimonio. Ricordavo anche spesso alla mia amica che è importante che una donna sia accogliente, dolce, capace di mediare, di mettere in relazione, di unire più che di dividere. Queste tesi sono piaciute molto al mio amico, che mi ha messa in contatto con la casa editrice. Avevo dunque trovato un editore prima ancora di avere scritto un solo capitolo, e così mi è sembrato che fosse chiaramente un disegno della Provvidenza che io scrivessi questo libro. Vedo intorno a me tanta infelicità, e molta di essa è evitabile. C'è un'idea assurda del matrimonio in giro, soprattutto adesso che le donne, nella loro in certi casi giusta battaglia di emancipazione, hanno perso anche un po' della loro identità profonda, del loro "genio femminile", come lo chiamava Wojtyla nella Mulieris dignitatem.
COSA PENSA TUO MARITO DI QUELLO CHE HAI SCRITTO?
Pensa: "Oh, come sarebbe bello se tu fossi davvero così!" No, scherzo... Lui è stato il mio primo lettore, il più severo quanto allo stile (spesso mi aiuta ad essere più efficace, a trovare le parole giuste), ma il più entusiasta quanto ai contenuti. Mi ha incoraggiata, e continua a farlo, vuole che scriva ancora. Inoltre si occupa lui del mio blog, che ha già avuto oltre 700mila contatti, ed è stato invitato anche al Vatican Meeting per i bloggers.
SOTTOMISSIONE È UNA PAROLA UN PO' SCIOCCANTE PER LE DONNE DI OGGI... PERCHÉ SUGGERISCI ALLE DONNE DI SOTTOMETTERSI? CHE INTENDI ESATTAMENTE?
Non sono mica io a scegliere questa parola! E' san Paolo, nella lettera agli Efesini. La parola sembra offensiva, a noi donne di oggi, perché non sappiamo uscire dalla logica del dominio e della sopraffazione, che spesso vige in molte coppie. Ma in una logica di servizio reciproco, sottomissione indica solo lo specifico tipo di servizio al quale è chiamata la donna. Mentre l'uomo, chiamato anche lui a servire, in modo diverso, deve essere "pronto a morire per la sposa come Cristo per la Chiesa". Dunque non è che all'uomo vada molto meglio... San Paolo ce lo ricorda perché noi donne tendenzialmente vorremmo controllare tutto, mettere sempre la nostra impronta, dire l'ultima parola, manovrare le persone, magari non direttamente o apertamente, ma da dietro, in modo non scoperto. Invece essere sottomesse significa letteralmente stare sotto, cioè sostenere tutti i membri della famiglia, sorreggere, accompagnare i più deboli. Questa è una qualità peculiarmente femminile, e nessuna rivoluzione femminista potrà mai farci dimenticare che questo è il nostro vero talento. Potremo lavorare e avere sempre maggiori successi, ma la cosa che sappiamo fare meglio, e quella che davvero risponde ai nostri più profondi desideri del nostro cuore, è mettere noi e gli altri in relazione. L'amore della donna è più oblativo, quello dell'uomo più deciso e portato ad "uscire fuori" mentre la donna accoglie (il rapporto fisico è figura di quello spirituale). Uomini e donne di oggi devono riappropriarsi del loro specifico talento, complementare l'uno all'altro.
IN POCHE PAROLE, CHE SIGNIFICA ESSERE UNA BUONA MOGLIE?
Wow, che domanda difficile! E in poche parole, poi... Be' credo che una parte della risposta cambi per ogni coppia, io dovrei per esempio smettere di dare pareri non richiesti su argomenti che non conosco, è la mia specialità. In generale penso che una sposa debba essere accogliente, dolce, paziente. Deve partire da un pregiudizio positivo sul proprio marito, e quindi accogliere come buono per principio tutto quello che viene da lui. Il nostro modello deve essere la Madonna della medaglia miracolosa, con le mani e le braccia aperte per accogliere quello che viene, e sotto il piede il serpente, che è la nostra lingua, sempre pronta a criticare, a trovare quello che non va, a sottolineare quello che manca. Una buona moglie poi cerca di rimandare il momento del confronto: non discute quando vede qualcosa che non va, ma lascia decantare le emozioni, schiarirsi la vista dell'intelletto, e trovare, se una critica è da fare, il momento più giusto, quello dell'intimità. Mai e poi mai, infine, contraddice il padre davanti ai figli.
QUALE SAREBBE IL PRIMO CONSIGLIO CHE DARESTI A UNA GIOVANE DONNA CHE SOGNI UN MATRIMONIO PIÙ APPAGANTE E SODDISFACENTE?
Le donne giovani vanno più spesso incontro a delusioni, perché a differenza che nel passato oggi abbiamo pretese altissime nei confronti del matrimonio. Nel passato serviva a trovare una sistemazione, oggi dal matrimonio vogliamo la felicità, ed è giusto e bello che sia così. Solo che bisogna accettare i limiti nostri e dell'altro, sapere che ci deluderemo in alcune cose, ci faremo arrabbiare in altre, e poi, è chiaro, ci stupiremo in altre ancora. L'amore non è un sentimento, è una decisione. Aderiamo liberamente e con tutta la nostra volontà alla scelta di una persona sola, per tutta la vita. Allora sappiamo che il sentiero sarà tortuoso, ci saranno delle salite, e dei momenti in cui la strada sembrerà tutta dritta e apparentemente noiosa. Ma bisogna allenare gli occhi a vedere le meraviglie nascoste nel quotidiano, a scoprire che dopo una salita si apre una vallata di una bellezza inimmaginabile, che chi passa da una storia all'altra, chi non ha il coraggio di fare la salita, non si sogna neanche.
TI SUCCEDE A VOLTE DI ARRABBIARTI CON TUO MARITO? E SE SUCCEDE, COME VI RICONCILIATE?
Certo che succede! Anche se non spesso, perché io sono piuttosto paziente, e difficilmente mi arrabbio proprio. In più mio marito è davvero buono. Ma se non sono d'accordo, come ho detto, cerco di rimandare il momento di dirgli perché non la penso come lui. Faccio sbollire l'arrabbiatura, mi chiarisco le idee, e il più delle volte mi accorgo che aveva ragione lui. Inoltre ho i miei piccoli sfoghi: prima di tutto c'è la preghiera, il rosario. Poi c'è la corsa, la mia grande passione (sono una maratoneta): dopo una bella sudata non mi ricordo neanche perché ero preoccupata. Infine ci sono le amiche: con loro posso lamentarmi, sfogarmi, essere lagnosa, querula, noiosa, insopportabile. Un uomo se gli poni un problema cerca di risolverlo, invece un'amica dice esattamente quello che vuoi sentirti dire: che sei una donna meravigliosa e che davvero reggi il mondo intero sulle spalle. Che lo fai magnificamente, e che fra l'altro quel nuovo taglio ti dona moltissimo, e forse sei anche un po' dimagrita.
QUAL È LA SFIDA PRINCIPALE CHE IL MATRIMONIO RAPPRESENTA PER LE COPPIE, OGGI?
Tutta la società spinge in moltissimi modi contro la famiglia. Dio è scomparso dall'orizzonte, e senza Dio, che con la forza del sacramento e con la grazia rinnovata ogni volta che glielo chiediamo nella preghiera, è impossibile pensare a qualcosa che sia per sempre, in questa società liquida e relativista. Prima le tradizioni e le convenzioni, le consuetudini forse costringevano anche le persone, ma le tenevano salde. L'idea di essere infedeli, di seguire istinti, emozioni, di essere liberi da vincoli è fortissima: è diffusa, la si respira nell'aria. Inoltre non ci sono aiuti per le famiglie numerose, di nessun tipo, né facilitazioni per conciliare famiglia e lavoro, o magari permettere alle mamme di stare a casa, con congrui contributi economici. Tutto congiura contro la famiglia, e solo la Chiesa davvero ci difende, fa una battaglia culturale per noi. Altrimenti l'idea che passa è che le famiglie felici sono solo quelle allargate, magari con omosessuali, risposati, separati, figli di altri letti. Quelle cosiddette libere, mentre la vera libertà è solo quella che dà la Verità, cioè Gesù Cristo.
CHE IMPATTO STAI AVENDO SULLE DONNE CATTOLICHE ITALIANE? PENSI DI AVERLE INDOTTE A GUARDARE IL MATRIMONIO IN MODO DIVERSO?
Mamma mia, che impressione!! Non so se davvero sto cambiando così tanto le cose, ma se devo dire la verità ho ricevuto tantissime lettere di donne che mi hanno detto che le ho aiutate a modificare il loro modo di vivere il matrimonio. Molte, anche tra quelle che ho incontrato alle presentazioni in giro per tutta Italia (ho ricevuto centinaia di inviti, ma non posso dire sempre sì), mi hanno detto che grazie al mio libro hanno imparato a volere più bene al loro marito. Alcune hanno deciso di sposarsi, altre hanno recuperato una storia che era in crisi. E anche molte donne cattoliche impegnate, ben formate da anni di incontri di formazione spirituale, mi hanno detto che certe cose non si dicono più neanche in ambiti religiosi, mentre la mia visione, cioè quella di san Paolo, è davvero quella che risponde più profondamente al loro cuore.
STAI PREPARANDO UN ALTRO LIBRO?
Sì, sto cercando di analizzare il seguito della frase di san Paolo, nella lettera agli Efesini: e voi mariti siate pronti a morire per le vostre mogli, come Cristo è morto per la Chiesa. Se la donna tende al controllo l'uomo tende all'egoismo, e allora bisogna ricordargli qual è la sia chiamata, quella all'eroismo. Quindi il prossimo libro è per lui.
LA PREGHIERA È IMPORTANTE PER LA VITA MATRIMONIALE?
Certo, la preghiera è importantissima per tutti. Prima di parlare bisogna pensare, ma prima di pensare bisogna pregare. La preghiera pulisce gli occhi e fa vedere tutto più chiaro. Scioglie i nodi e appiana le incomprensioni. Porta la pace prima di tutto nel nostro cuore e ci permette di diffonderla.
QUALI SONO I TRE LIBRI CHE HA AMATO DI PIÙ?
A parte la Bibbia, dice? Beh, la Divina Commedia, innanzitutto, che ricorda all'uomo quale ampiezza deve avere il suo respiro, proiettato verso l'eternità. La mia santa preferita è la vostra Teresa d'Avila, e le sue opere sono meravigliose, ma anche Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, ha scritto parole meravigliose sulla donna. Poi c'è un libro poco noto, forse, che si chiama Il mistero della donna, di Jo Croissant, che invita le donne al sacerdozio del cuore, a offrire in sacrificio quella sete d'amore che tutte ci arde, e che non è mai saziata.
COME TRASMETTE IL SUO MESSAGGIO AI FIGLI?
Poche parole e molta pratica: i bambini ascoltano con gli occhi. Vedono il rispetto reciproco, il sacrificio, la donazione generosa di babbo e mamma, che li seguono e li amano con modalità diversissime ma complementari.
Fonte: www.costanzamiriano.wordpress.com, 22/03/2012
La Pasqua dei cattolici laotiani, senza sacerdote e chiesa per pregare
11/04/2012 15:22
LAOS da asianews
Nella provincia di Savannakhet le autorità hanno sequestrato la cappella usata dai fedeli per le funzioni. I preti non possono accedere al luogo di culto e celebrare funzioni. Nell’area il governo intende costruire una scuola. Durante la Settimana Santa vietate le funzioni a una comunità protestante.

Vientiane (AsiaNews/Agenzie) - Centinaia di cattolici laotiani hanno celebrato la Pasqua senza un prete a presiedere le funzioni e all'esterno della cappella usata, a lungo, come luogo di culto e di preghiera. È quanto riferisce Ucanews, che denuncia la chiusura imposta dal governo comunista di Vientiane per presunte irregolarità nei documenti che attestano la proprietà dell'edificio. Suor Josephine Seusy, delle Amanti della Croce di Gesù, conferma che "circa 200 cattolici hanno recitato il Rosario, cantato gli inni e letto il Vangelo per celebrare la Pasqua di fronte alla cappella di Kengweng", mentre "quattro soldati armati osservavano dalla porta della cappella". La religiosa, che ha organizzato l'incontro, aggiunge che "abbiamo pregato il Cristo risorto perché il governo restituisca la cappella".
Costruito nel 1964, il luogo di culto è stato chiuso dalle autorità della provincia di Savannakhet nel febbraio scorso. Esso sorge all'interno di una proprietà di circa 500 mq nel distretto di Xaybuly, in cui le autorità intendono edificare una scuola.
Il 7 aprile, vigilia di Pasqua, funzionari locali hanno fermato e interrogato tre cattolici della parrocchia, perché avrebbero rimosso un cartello collocato sulla porta di ingresso della cappella, in cui era indicato il provvedimento di chiusura. La suora aggiunge infine che i sacerdoti dell'area non possono fornire le cure pastorali ai fedeli della zona, dietro espresso divieto emesso dalle autorità.
In precedenza, tra Giovedì e Venerdì Santo, alcune ong cristiane e il movimento attivista Human Rights Watch for Lao Religious Freedom (Hrwlrf) hanno denunciato l'ennesimo abuso delle autorità contro la comunità cristiana protestante, accusata di "legami con il nemico" (gli Stati Uniti) e di "destabilizzare la politica del Paese". I capi del villaggio di Khamnonsung - nella provincia di Savannakhet - hanno confiscato la locale chiesa e impedito ai fedeli la celebrazioni delle funzioni della Pasqua.
In Laos, nazione guidata da un regime comunista, la maggioranza della popolazione (il 67%) è buddista; su un totale di sei milioni di abitanti, i cristiani sono il 2% circa della popolazione, di cui lo 0,7% cattolici. I casi più frequenti di persecuzioni a sfondo religioso avvengono ai danni della comunità cristiana protestante: nel recente passato AsiaNews ha documentato i casi di contadini privati del cibo per la loro fede (cfr. AsiaNews 25/02/2011 Niente cibo per 65 contadini laotiani, finché non abbandoneranno il cristianesimo) o di pastori arrestati dalle autorità (cfr. AsiaNews12/07/2011 Laos, allarme per la vita di due pastori protestanti in carcere da sei mesi).
LAOS da asianews
Nella provincia di Savannakhet le autorità hanno sequestrato la cappella usata dai fedeli per le funzioni. I preti non possono accedere al luogo di culto e celebrare funzioni. Nell’area il governo intende costruire una scuola. Durante la Settimana Santa vietate le funzioni a una comunità protestante.

Vientiane (AsiaNews/Agenzie) - Centinaia di cattolici laotiani hanno celebrato la Pasqua senza un prete a presiedere le funzioni e all'esterno della cappella usata, a lungo, come luogo di culto e di preghiera. È quanto riferisce Ucanews, che denuncia la chiusura imposta dal governo comunista di Vientiane per presunte irregolarità nei documenti che attestano la proprietà dell'edificio. Suor Josephine Seusy, delle Amanti della Croce di Gesù, conferma che "circa 200 cattolici hanno recitato il Rosario, cantato gli inni e letto il Vangelo per celebrare la Pasqua di fronte alla cappella di Kengweng", mentre "quattro soldati armati osservavano dalla porta della cappella". La religiosa, che ha organizzato l'incontro, aggiunge che "abbiamo pregato il Cristo risorto perché il governo restituisca la cappella".
Costruito nel 1964, il luogo di culto è stato chiuso dalle autorità della provincia di Savannakhet nel febbraio scorso. Esso sorge all'interno di una proprietà di circa 500 mq nel distretto di Xaybuly, in cui le autorità intendono edificare una scuola.
Il 7 aprile, vigilia di Pasqua, funzionari locali hanno fermato e interrogato tre cattolici della parrocchia, perché avrebbero rimosso un cartello collocato sulla porta di ingresso della cappella, in cui era indicato il provvedimento di chiusura. La suora aggiunge infine che i sacerdoti dell'area non possono fornire le cure pastorali ai fedeli della zona, dietro espresso divieto emesso dalle autorità.
In precedenza, tra Giovedì e Venerdì Santo, alcune ong cristiane e il movimento attivista Human Rights Watch for Lao Religious Freedom (Hrwlrf) hanno denunciato l'ennesimo abuso delle autorità contro la comunità cristiana protestante, accusata di "legami con il nemico" (gli Stati Uniti) e di "destabilizzare la politica del Paese". I capi del villaggio di Khamnonsung - nella provincia di Savannakhet - hanno confiscato la locale chiesa e impedito ai fedeli la celebrazioni delle funzioni della Pasqua.
In Laos, nazione guidata da un regime comunista, la maggioranza della popolazione (il 67%) è buddista; su un totale di sei milioni di abitanti, i cristiani sono il 2% circa della popolazione, di cui lo 0,7% cattolici. I casi più frequenti di persecuzioni a sfondo religioso avvengono ai danni della comunità cristiana protestante: nel recente passato AsiaNews ha documentato i casi di contadini privati del cibo per la loro fede (cfr. AsiaNews 25/02/2011 Niente cibo per 65 contadini laotiani, finché non abbandoneranno il cristianesimo) o di pastori arrestati dalle autorità (cfr. AsiaNews12/07/2011 Laos, allarme per la vita di due pastori protestanti in carcere da sei mesi).
Orissa: liberato Paolo Bosusco
12/04/2012 07:52
INDIA - ITALIA da asianews
di Nirmala Carvalho
La notizia è stata diffusa dai media e poi confermata dal governo e dalle autorità italiane a Delhi. Ieri in un messaggio audio il leader maoista Sabyasachi Panda aveva annunciato il possibile rilascio mediante "processo democratico".

Bhubaneshwar (AsiaNews) - Paolo Bosusco, l'italiano rapito dai naxaliti dell'Orissa 29 giorni fa è stato liberato quest'oggi nel villaggio di Mohona, distretto di Gajapati. Ne dà notizia la televisione locale Ndtv che in tutto questo tempo è stato il tramite delle comunicazioni con i gruppi maoisti. La sua liberazione è stata confermata dal governo e dall'ambasciata italiana a Delhi.
Il rilascio di Paolo Bosusco avviene a un giorno dal messaggio audio diffuso dal leader maoista Sabyasachi Panda, in cui egli afferma che avrebbe liberato l'ostaggio se il governo dell'Orissa avesse onorato l'accordo firmato con i mediatori. Nel messaggio il leader naxalita afferma che lo stesso Bosusco voleva che il governo rilasciasse una donna tribale prima della sua liberazione.
Dopo settimane di tira e molla, il governo aveva accettato di rilasciare 27 membri del gruppo maoista. Tra questi, anche Sushashree Panda, moglie del leader maoista, liberata due giorni fa.
Paolo Bosusco, 54 anni, responsabile di un'agenzia turistica, molto familiare con l'Orissa dei tribali, e Claudio Colangelo,61 anni, medico e operatore di volontariato, erano stati catturati il 14 marzo da un gruppo maoista che hanno subito posto al governo dell'Orissa, spesso dimentico della sorte dei tribali, una serie di condizioni per il loro rilascio.
Il 24 marzo la situazione si è complicata perché un altro gruppo maoista ha rapito il politico nazionalista indù, Jhina Hikaka, del Biju Janata Dal (Bjd), rendendo difficili i dialoghi fra governo e naxaliti. Ma il 25 marzo Claudio Colangelo, malato di malaria, è stato liberato.
INDIA - ITALIA da asianews
di Nirmala Carvalho
La notizia è stata diffusa dai media e poi confermata dal governo e dalle autorità italiane a Delhi. Ieri in un messaggio audio il leader maoista Sabyasachi Panda aveva annunciato il possibile rilascio mediante "processo democratico".

Bhubaneshwar (AsiaNews) - Paolo Bosusco, l'italiano rapito dai naxaliti dell'Orissa 29 giorni fa è stato liberato quest'oggi nel villaggio di Mohona, distretto di Gajapati. Ne dà notizia la televisione locale Ndtv che in tutto questo tempo è stato il tramite delle comunicazioni con i gruppi maoisti. La sua liberazione è stata confermata dal governo e dall'ambasciata italiana a Delhi.
Il rilascio di Paolo Bosusco avviene a un giorno dal messaggio audio diffuso dal leader maoista Sabyasachi Panda, in cui egli afferma che avrebbe liberato l'ostaggio se il governo dell'Orissa avesse onorato l'accordo firmato con i mediatori. Nel messaggio il leader naxalita afferma che lo stesso Bosusco voleva che il governo rilasciasse una donna tribale prima della sua liberazione.
Dopo settimane di tira e molla, il governo aveva accettato di rilasciare 27 membri del gruppo maoista. Tra questi, anche Sushashree Panda, moglie del leader maoista, liberata due giorni fa.
Paolo Bosusco, 54 anni, responsabile di un'agenzia turistica, molto familiare con l'Orissa dei tribali, e Claudio Colangelo,61 anni, medico e operatore di volontariato, erano stati catturati il 14 marzo da un gruppo maoista che hanno subito posto al governo dell'Orissa, spesso dimentico della sorte dei tribali, una serie di condizioni per il loro rilascio.
Il 24 marzo la situazione si è complicata perché un altro gruppo maoista ha rapito il politico nazionalista indù, Jhina Hikaka, del Biju Janata Dal (Bjd), rendendo difficili i dialoghi fra governo e naxaliti. Ma il 25 marzo Claudio Colangelo, malato di malaria, è stato liberato.
martedì 10 aprile 2012
Bangladesh: Musulmane per nascita, cristiane per amore a Cristo (più che al marito)
10/04/2012 10:12
BANGLADESH
di Maria Gomes
Maria e Teresa si sono convertite al cristianesimo per sposarsi. I matrimoni si rivelano fallimentari: il marito della prima beve ed è un violento; il secondo non vuole lavorare. Entrambe però, scelgono di restare fedeli ai loro uomini e a Cristo. “Un amore diverso”, dice Maria, “che mi rende felice”.
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Dhaka (AsiaNews) - Musulmane per nascita, cristiane per amore. Accade spesso in Bangladesh di imbattersi in equazioni simili. Il matrimonio infatti è una delle ragioni principali per cui avvengono le conversioni nel Paese. In questi casi, può sembrare difficile parlare di conversione "genuina", dettata da un'autentica ricerca di Dio. Tuttavia, non è raro trovare donne che vivono una fede piena e matura, anche quando l'unione sentimentale, invece, vacilla.
È il caso, per esempio, di Maria. "Da ragazza - racconta ad AsiaNews - mi sono innamorata di questo giovane. Volevamo sposarci, ma lui era cristiano, così ho deciso di lasciare l'islam e farmi anch'io cristiana. Dopo il matrimonio però, è cambiato tutto: ho scoperto che è un ubriacone, e quando beve diventa violento". L'amore dei primi tempi cede il passo alle botte e alle offese. Eppure, la donna non ha mai pensato di abiurare il cristianesimo e tornare musulmana: "Mio marito si è rivelato un'altra persona. Con lui però ho trovato Gesù, che è un amore diverso, ma sono felice così".
La situazione di Teresa è ancora più difficile. È giovane e anche lei viene da una famiglia islamica. I genitori non la ostacolano quando decide di convertirsi al cristianesimo per sposare il suo attuale marito, cattolico. Pur con dispiacere, la accompagnano e la sostengono in questa sua scelta di fede. Ma anche per Teresa il matrimonio si rivela qualcosa di diverso da quello che aveva immaginato. Il marito è uno sfaticato, con poca voglia di lavorare. In più, è malato di cuore: ha bisogno di cure e visite mediche continue. La loro unione però porta anche due bambini. All'improvviso, tutto ricade sulle spalle di Teresa, che fatica a mantenere i figli, occuparsi della casa e sopportare i capricci del marito.
A un certo punto, la sua famiglia d'origine interviene: "Lascia quell'uomo, torna con noi insieme ai bambini". "No - risponde Teresa - mi sono fatta cristiana, mi piace la messa. Il parroco mi dà una mano. Ho promesso fedeltà a quest'uomo. Resto". Anche un sacerdote suo amico, che l'ha seguita e sostenuta nel suo cammino di fede, è stupito dalla forza e dalla convinzione mostrate dalla giovane sposa: "Anche se con dispiacere, non mi sarei stupito se avesse deciso di separarsi e tornare con i suoi. È costretta a subire di tutto dal marito, con in più la preoccupazione e la difficoltà di pensare da sola ai suoi bambini. Invece, ha una grande fedeltà anche alla dimensione religiosa che ha scelto. È cristiana perché ha deciso di accogliere Cristo".
BANGLADESH
di Maria Gomes
Maria e Teresa si sono convertite al cristianesimo per sposarsi. I matrimoni si rivelano fallimentari: il marito della prima beve ed è un violento; il secondo non vuole lavorare. Entrambe però, scelgono di restare fedeli ai loro uomini e a Cristo. “Un amore diverso”, dice Maria, “che mi rende felice”.
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Dhaka (AsiaNews) - Musulmane per nascita, cristiane per amore. Accade spesso in Bangladesh di imbattersi in equazioni simili. Il matrimonio infatti è una delle ragioni principali per cui avvengono le conversioni nel Paese. In questi casi, può sembrare difficile parlare di conversione "genuina", dettata da un'autentica ricerca di Dio. Tuttavia, non è raro trovare donne che vivono una fede piena e matura, anche quando l'unione sentimentale, invece, vacilla.
È il caso, per esempio, di Maria. "Da ragazza - racconta ad AsiaNews - mi sono innamorata di questo giovane. Volevamo sposarci, ma lui era cristiano, così ho deciso di lasciare l'islam e farmi anch'io cristiana. Dopo il matrimonio però, è cambiato tutto: ho scoperto che è un ubriacone, e quando beve diventa violento". L'amore dei primi tempi cede il passo alle botte e alle offese. Eppure, la donna non ha mai pensato di abiurare il cristianesimo e tornare musulmana: "Mio marito si è rivelato un'altra persona. Con lui però ho trovato Gesù, che è un amore diverso, ma sono felice così".
La situazione di Teresa è ancora più difficile. È giovane e anche lei viene da una famiglia islamica. I genitori non la ostacolano quando decide di convertirsi al cristianesimo per sposare il suo attuale marito, cattolico. Pur con dispiacere, la accompagnano e la sostengono in questa sua scelta di fede. Ma anche per Teresa il matrimonio si rivela qualcosa di diverso da quello che aveva immaginato. Il marito è uno sfaticato, con poca voglia di lavorare. In più, è malato di cuore: ha bisogno di cure e visite mediche continue. La loro unione però porta anche due bambini. All'improvviso, tutto ricade sulle spalle di Teresa, che fatica a mantenere i figli, occuparsi della casa e sopportare i capricci del marito.
A un certo punto, la sua famiglia d'origine interviene: "Lascia quell'uomo, torna con noi insieme ai bambini". "No - risponde Teresa - mi sono fatta cristiana, mi piace la messa. Il parroco mi dà una mano. Ho promesso fedeltà a quest'uomo. Resto". Anche un sacerdote suo amico, che l'ha seguita e sostenuta nel suo cammino di fede, è stupito dalla forza e dalla convinzione mostrate dalla giovane sposa: "Anche se con dispiacere, non mi sarei stupito se avesse deciso di separarsi e tornare con i suoi. È costretta a subire di tutto dal marito, con in più la preoccupazione e la difficoltà di pensare da sola ai suoi bambini. Invece, ha una grande fedeltà anche alla dimensione religiosa che ha scelto. È cristiana perché ha deciso di accogliere Cristo".
giovedì 5 aprile 2012
Suicidi per disperazione.....Suicidi per la crisi, storie dall'Italia che soffre Ben 13 negli ultimi mesi, ripercorriamoli caso per caso.
Da qn.quotidiano.net
Roma, 4 aprile 2012 - La spada di Damocle della crisi: un problema per tanti, un dramma per alcuni. Alla ribalta delle cronache, negli ultimi mesi, una lunga e triste lista di persone che hanno deciso di togliersi la vita, schiacciate dai problemi economici.
Incapaci di reagire, o forse solo sfiniti dal non vedere una luce in fondo al tunnel. L'imprenditore romano e il camionista di Milano sono solo le ultime vittime. Ripercorriamo, una per una, tutte queste storie in tempo di crisi. Con i due di oggi, il numero dei suicidi sale a 13. E non sono contemplati quelli, tanti, che hanno tentato ma, fortunatamente, non sono riusciti nel loro intento.
- Il 3 aprile un’anziana 78/enne di Gela si uccisa lanciandosi dal terrazzo di casa. L’Inps le aveva ulteriormenteridotto la pensione di 200 euro (da 800 a 600) e lei, Nunzia C., ha deciso di farla finita.
- L'1 aprile un artigiano di 57 anni si è impiccato all’interno della sua bottega di cornici a Roma a causa dei ‘’problemi economici’’.
- Il 27 marzo scorso Giuseppe Pignataro, 49 anni, di Trani, si è ucciso dopo essersi lanciato dal balcone della sua abitazione. L’uomo, che faceva l’imbianchino, si è tolto la vita a causa delle difficoltà nel trovare un’occupazione stabile in grado di fornire un reddito degno alla propria famiglia.
- Il 23 marzo un imprenditore quarantaquattrenne di Cepagatti (Pescara) si è impiccato nella sua azienda. Strozzato dai debiti, non ha retto alla vergogna di non poter pagare gli stipendi ai dipendenti e all’incertezza sulla sua capacita’ di garantire un futuro al figlio e alla compagna.
- Il 21 marzo un uomo di 47 anni che gestiva un’attività commerciale, ma da due anni era senza lavoro,si è ucciso con un colpo di pistola nella sua automobile nel cosentino.
- Il 21 marzo un imprenditore edile, di 53 anni, in crisi da tempo per i crediti che non riusciva a riscuotere e che vantava nei confronti di pubbliche amministrazione e di privati, si e’ tolto la vita impiccandosi in una baracca dietro casa nel bellunese, mentre i familiari lo aspettavano a cena.
- Il 20 marzo un giovane artigiano di 29 anni si è impiccato a Scorano (Lecce). L’uomo ha lasciato un biglietto spiegando che non riusciva a trovare un altro lavoro e che era disperato.
- Il 9 marzo Vincenzo Di Tinco, titolare 60/enne di un negozio di abbigliamento si è impiccato ad un albero a Ginosa Marina (Taranto). In pochi giorni si era visto addebitare, forse per errore, 4.500 euro di commissioni bancarie e rifiutare un prestito di poco piu’ di mille euro.
- A febbraio un elettricista di Sanremo, 47 anni, si è suicidato sparandosi al capo con una pistola. L’uomo era stato licenziato qualche settimana fa dalla ditta nella quale lavorava da molti anni.
- Un imprenditore 64/enne si è impiccato nello stesso mese all’interno del capannone della sua azienda, nel fiorentino. All’origine del gesto motivi economici.
- A Paternò (Catania) un altro imprenditore di 57 anni ha posto fine alle sue ansie con il suicidio: si è impiccato, in un deposito di proprietà della ditta della quale era titolare, in preda alla disperazione a causa dei debiti contratti dalla sua azienda.
martedì 3 aprile 2012
Ma che democrazia d'Egitto
Da La Bussola Quotidiana
di Valentina Colombo
03-04-2012
I prossimi 23 e 24 maggio vedranno gli elettori egiziani tornare alle urne per l’ultima fase del lungo processo di transizione verso una tanto agognata democrazia che porterà alla elezione del vero successore di Hosni Mubarak.
Finora si è assistito al predominio incontestato e assoluto dei partiti islamisti. All’Assemblea del popolo, ovvero al Parlamento, i Fratelli Musulmani con il Partito della Libertà e della Giustizia hanno conquistato 235 seggi corrispondenti al 47,2%, mentre i salafiti si sono assestati a 121 ovvero al 23,3%. In altre parole il 71,5% dei seggi è costituito da membri che credono nella shari'a e nella sua applicazione. In base a questi risultati Saad Katatni [nella foto], uno dei leader del Partito della libertà e Giustizia, è stato nominato presidente del Parlamento. Come se ciò non bastasse, lo scorso marzo lo stesso Katatni è stato nominato presidente dell’Assemblea costituente.
L’ascesa e l’occupazione di ruoli chiave sembrava essere destinata a fermarsi. D’altronde durante la campagna per le elezioni parlamentari i Fratelli musulmani avevano promesso e più volte ribadito che non avrebbero presentato alcun candidato alla presidenza del paese. Nel dicembre 2011 Mohamed Morsi, presidente del Partito della Libertà e della Giustizia aveva dichiarato al quotidiano Al Ahram che «il partito non avrebbe sostenuto alcun candidato presidente che avesse lasciato i Fratelli Musulmani anche se un tempo ne era stato un membro di spicco o anche se aveva idee simili a loro». Il riferimento non era casuale, era diretto a Abdel Moneim Abu al-Futuh che dopo la cosiddetta "rivoluzione del loto" aveva comunicato di volersi candidare. Ma chi conosce a fondo i Fratelli Musulmani sa bene che la loro parola, le loro promesse valgono solo nel momento in cui vengono pronunciate, valgono solo sino a quando sono necessarie e adatte al momento, oserei dire all’attimo fuggente. D’altronde la dissimulazione è parte integrante del loro modo di agire.
Ebbene, il primo aprile la Guida Suprema dei Fratelli Musulmani, Mohamed Badie, annuncia che il movimento ha scelto il proprio candidato presidente nella persona del suo vice, l’ingegner Khairat Saad Abd Al-Latif al-Shater. Il cambiamento di idea sarebbe scaturito, secondo le dichiarazioni di Mohamed Morsi e di Mohamed Badie, nel constatare l’incapacità del Parlamento in carica a raggiungere gli obiettivi della rivoluzione. Al-Shater non solo è il numero due del movimento, ma è anche un uomo d’affari, con molta probabilità uno dei principali finanziatori dello stesso. Una famiglia numerosa composta da una moglie ingegnere, con capo e viso velati, otto figlie, due figli e sedici nipoti.
Sembra che la candidatura non sia stata gradita da alcuni membri della Fratellanza, ciononostante si tratta di una mossa densa di significati diretti e indiretti. Si tratta di un atto che vuole indicare la propria presenza accanto agli altri candidati “islamici” quali il fuoriuscito Abu al-Futtuh e il salafita Abu Ismail. Alcuni analisti ritengono che si tratti di una mossa per spaccare il fronte islamico e favorire Amru Musa, l’ex segretario generale della Lega araba che non è certo un nemico della Fratellanza. Comunque sia la candidatura di al-Shater indica che i Fratelli musulmani sono e continueranno a influenzare la politica egiziana, sia interna che esterna.
È difficile prevedere chi sarà la persona che si trasferirà nel palazzo di Abidin il 30 giugno, ma di sicuro sarà una persona grata alla Fratellanza. Come prevede la legge sappiamo che sarà nato in Egitto, non avrà la doppia nazionalità, non sarà sposato a una straniera e avrà l’appoggio di 30 parlamentari o di 30mila votanti. Chiunque sia non cambierà l’articolo due della Costituzione che vuole la sharia fonte principale della legislazione e che sancisce la discriminazione religiosa tra i cittadini egiziani, chiunque sia non sarà un amico di Israele, e anche se manterrà inizialmente fede ai trattati internazionali, nulla vieta che a breve non cambierà opinione, chiunque sia intratterrà legami stretti con tutti i paesi investiti dall’ondata islamica della cosiddetta “primavera araba”, in modo particolare con la Tunisia dove gli islamisti dell’Assemblea costituente hanno per il momento soprasseduto all’inserimento della sharia nella costituzione, ma che agiranno dal basso per ottenerne l’inserimento magari tra una decina d’anni.
Solo alla fine del processo elettorale egiziano potremmo dire con certezza quale sarà il futuro non solo dell’Egitto, ma dell’intera sponda sud del Mediterraneo, ovvero se i Fratelli musulmani avranno stravinto oppure se almeno apparentemente rimarranno dietro le quinte, ma in ogni caso l’onda islamista partita dalla Tunisia non si arresterà al paese del Nilo che sarà la testata di ponte per la conquista del potere da parte della Fratellanza nel Golfo e nel Levante e forse anche oltre.
Contrordine, non fa più così caldo
Da La Bussola Quotidiana
«È vero che il clima sta diventando più estremo? […]
Nessuno degli strumenti [qui menzionati] è stato ancora sufficientemente sviluppato per consentirci di rispondere confidentemente alla domanda qui posta».
E’ la stupefacente risposta che si legge nel voluminoso rapporto sui disastri naturali pubblicato in questi giorni dall’IPCC, cioè il comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici che fa capo all’Onu. Perché stupefacente? Perché sono ormai anni e anni che ci sentiamo ripetere con assoluta certezza che il riscaldamento globale sta provocando eventi atmosferici sempre più estremi, e a fornire le basi per generare continui allarmi sono proprio i rapporti dell’IPCC. I più ricorrenti sono quelli riguardanti gli uragani, che crescerebbero di intensità, ma anche qui in Italia, a ogni nubifragio o nevicata, c’è una gara fra sedicenti climatologi a descrivere questi fenomeni come eventi estremi causati dal riscaldamento globale. Ora invece è proprio l’IPCC ad affermare che non ci sono elementi per tale affermazione.
Ma non è l’unica sorpresa di questi giorni: il Met Office britannico (l’Ufficio meteorologico sempre in prima linea nel fomentare paure da cambiamento del clima) ha pubblicato dei dati sul rilevamento delle temperature da cui si evince che non si è registrato alcun aumento globale delle temperature negli ultimi 15 anni, un intervallo di tempo che mette in crisi gli attuali modelli climatici. I rapporti IPCC del 2001 e del 2007 prevedevano infatti che a causa delle crescenti emissioni di gas serra si sarebbe verificato un aumento medio di 0.2 gradi Celsius ogni dieci anni. Una previsione, si diceva, compatibile anche in presenza di decenni con incrementi maggiori o minori. Variazioni significative per definire il clima vengono infatti calcolate su un arco di almeno 30 anni. Il problema è però che 15 anni cominciano ad essere un intervallo talmente ampio da rendere difficile prevedere un’impennata di temperature nei prossimi 15 anni tale da riportare alla media di 0.2 gradi per decennio.
In ogni caso non è possibile prevedere ciò che accadrà nei prossimi decenni, il che però dovrebbe spingere a una maggiore prudenza sia la scienza sia la politica. «E’ ora – ha affermato David Whitehouse, direttore scientifico del Global Warming Policy Foundation – che la comunità scientifica in generale e l’IPCC in particolare riconoscano la realtà del congelamento delle temperature e la sfida che questo implica per la comprensione dei cambiamenti climatici e per le stime sui suoi futuri effetti. Questa è la dimostrazione – prosegue Whitehouse – che al proposito la scienza non può offrire una risposta definitiva, e che ci sono grandi incertezze riguardo alla conoscenza dei vari effetti sul mondo reale dei gas serra combinati con fattori naturali e antropogenici».
Ma la questione già da molto tempo ha smesso di essere un argomento puramente accademico. La realtà è invece che la tesi del riscaldamento globale antropogenico – cioè causato dall’uomo – è diventata la base su cui imporre una serie di politiche globali ambientali, a partire da quelle energetiche. Dando erroneamente per scontata l’assoluta certezza del rapporto tra emissioni antropogeniche di gas serra e aumento delle temperature, l’obiettivo che i governi – a cominciare da quelli europei - si sono posti nelle varie conferenze internazionali sul clima che si succedono ormai da molti anni, è quello di frenare l’aumento delle temperature globali a due gradi entro il 2100.
Presupposto di questo obiettivo è che siano le emissioni di gas serra da parte dell’uomo a causare il riscaldamento dell’atmosfera, per questo la UE sta procedendo a tappe forzate per disincentivare l’uso di combustibili fossili e finanziare il ricorso a fonti rinnovabili di energia.
Si tratta di uno sforzo finanziario enorme che, come gli ultimi dati confermano, ha però un fondamento scientifico molto dubbio che non giustifica l’isteria climatica nella quale viviamo. Oltretutto, le misure economiche legate alle politiche climatiche vanno nella direzione dell’imposizione di tasse (carbon tax e simili) come dimostra anche il caso italiano, il che significa accentuare ulteriormente il carattere depressivo delle manovre fin qui fatte per far quadrare i conti dello Stato.
E’ ora dunque di riconoscere che la scienza è ancora lontana dal poter dire l’ultima parola sui cambiamenti climatici e di tornare a fare politiche che abbiano anzitutto a cuore lo sviluppo integrale delle persone e dei popoli.
di Riccardo Cascioli
03-04-2012
«È vero che il clima sta diventando più estremo? […]
Nessuno degli strumenti [qui menzionati] è stato ancora sufficientemente sviluppato per consentirci di rispondere confidentemente alla domanda qui posta».
E’ la stupefacente risposta che si legge nel voluminoso rapporto sui disastri naturali pubblicato in questi giorni dall’IPCC, cioè il comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici che fa capo all’Onu. Perché stupefacente? Perché sono ormai anni e anni che ci sentiamo ripetere con assoluta certezza che il riscaldamento globale sta provocando eventi atmosferici sempre più estremi, e a fornire le basi per generare continui allarmi sono proprio i rapporti dell’IPCC. I più ricorrenti sono quelli riguardanti gli uragani, che crescerebbero di intensità, ma anche qui in Italia, a ogni nubifragio o nevicata, c’è una gara fra sedicenti climatologi a descrivere questi fenomeni come eventi estremi causati dal riscaldamento globale. Ora invece è proprio l’IPCC ad affermare che non ci sono elementi per tale affermazione.
Ma non è l’unica sorpresa di questi giorni: il Met Office britannico (l’Ufficio meteorologico sempre in prima linea nel fomentare paure da cambiamento del clima) ha pubblicato dei dati sul rilevamento delle temperature da cui si evince che non si è registrato alcun aumento globale delle temperature negli ultimi 15 anni, un intervallo di tempo che mette in crisi gli attuali modelli climatici. I rapporti IPCC del 2001 e del 2007 prevedevano infatti che a causa delle crescenti emissioni di gas serra si sarebbe verificato un aumento medio di 0.2 gradi Celsius ogni dieci anni. Una previsione, si diceva, compatibile anche in presenza di decenni con incrementi maggiori o minori. Variazioni significative per definire il clima vengono infatti calcolate su un arco di almeno 30 anni. Il problema è però che 15 anni cominciano ad essere un intervallo talmente ampio da rendere difficile prevedere un’impennata di temperature nei prossimi 15 anni tale da riportare alla media di 0.2 gradi per decennio.
In ogni caso non è possibile prevedere ciò che accadrà nei prossimi decenni, il che però dovrebbe spingere a una maggiore prudenza sia la scienza sia la politica. «E’ ora – ha affermato David Whitehouse, direttore scientifico del Global Warming Policy Foundation – che la comunità scientifica in generale e l’IPCC in particolare riconoscano la realtà del congelamento delle temperature e la sfida che questo implica per la comprensione dei cambiamenti climatici e per le stime sui suoi futuri effetti. Questa è la dimostrazione – prosegue Whitehouse – che al proposito la scienza non può offrire una risposta definitiva, e che ci sono grandi incertezze riguardo alla conoscenza dei vari effetti sul mondo reale dei gas serra combinati con fattori naturali e antropogenici».
Ma la questione già da molto tempo ha smesso di essere un argomento puramente accademico. La realtà è invece che la tesi del riscaldamento globale antropogenico – cioè causato dall’uomo – è diventata la base su cui imporre una serie di politiche globali ambientali, a partire da quelle energetiche. Dando erroneamente per scontata l’assoluta certezza del rapporto tra emissioni antropogeniche di gas serra e aumento delle temperature, l’obiettivo che i governi – a cominciare da quelli europei - si sono posti nelle varie conferenze internazionali sul clima che si succedono ormai da molti anni, è quello di frenare l’aumento delle temperature globali a due gradi entro il 2100.
Presupposto di questo obiettivo è che siano le emissioni di gas serra da parte dell’uomo a causare il riscaldamento dell’atmosfera, per questo la UE sta procedendo a tappe forzate per disincentivare l’uso di combustibili fossili e finanziare il ricorso a fonti rinnovabili di energia.
Si tratta di uno sforzo finanziario enorme che, come gli ultimi dati confermano, ha però un fondamento scientifico molto dubbio che non giustifica l’isteria climatica nella quale viviamo. Oltretutto, le misure economiche legate alle politiche climatiche vanno nella direzione dell’imposizione di tasse (carbon tax e simili) come dimostra anche il caso italiano, il che significa accentuare ulteriormente il carattere depressivo delle manovre fin qui fatte per far quadrare i conti dello Stato.
E’ ora dunque di riconoscere che la scienza è ancora lontana dal poter dire l’ultima parola sui cambiamenti climatici e di tornare a fare politiche che abbiano anzitutto a cuore lo sviluppo integrale delle persone e dei popoli.
Punjab, minacce islamiche contro i cristiani nella Settimana Santa
03/04/2012 13:13
PAKISTAN da asianews
di Jibran Khan
Nella colonia di Eidgah, distretto di Sarghoda, gruppi di fanatici hanno imbrattato cartelli e immagini sacre della minoranza. La polizia non apre un’inchiesta sulla vicenda e cacciano i querelanti. Attivisti per i diritti umani depositano una denuncia all’Alta corte di Lahore per violazione alla libertà religiosa.

Islamabad (AsiaNews) - L'ombra del fanatismo islamico rischia di oscurare le festività pasquali in Pakistan, dove la comunità cristiana è vittima di minacce e avvertimenti volti a bloccare le celebrazioni. Fonti di AsiaNews a Sarghoda, distretto del Punjab, raccontano che alla vigilia della Settimana Santa gruppi di sconosciuti hanno strappato cartelli e decorazioni nella colonia cristiana di Eidgah; gli assalitori hanno gettato vernice nera contro immagini sacre affisse dalla minoranza religiosa e minacciato i presenti, intimando loro di interrompere i preparativi.
Gli abitanti dell'area si sono rivolti alla polizia, col proposito di denunciare l'aggressione. Tuttavia gli agenti non hanno voluto aprire un'indagine sulla vicenda, invitando i querelanti ad andarsene.
Con coraggio e determinazione, alcuni fedeli hanno riposizionato cartelli e figure ma la sera del primo aprile - Domenica delle Palme - il gruppo di fanatici ha compiuto una nuova irruzione, gettando via le immagini e minacciando raid punitivi nella colonia cristiana.
Yasir Masih, abitante della colonia cristiana, riferisce ad AsiaNews che "da molti anni gli abitanti della colonia si riuniscono per preparare le festività pasquali. E in passato, come oggi, siamo stati oggetto di minacce che abbiamo denunciato alle autorità competenti". Tuttavia, continua l'uomo, "non ci hanno preso sul serio. Oltretutto quest'anno [gli assalitori] sono entrati nelle nostre strade e ci hanno minacciato. Non siamo al sicuro e abbiamo paura".
L'organizzazione umanitaria Masihi Foundation ha condannato l'episodio e ha presentato una denuncia presso l'Alta corte di Lahore (Lhc). Gli attivisti chiedono il rispetto della libertà religiosa, la sicurezza per gli abitanti della colonia cristiana e, più in generale, di tutta la minoranza cristiana nel Punjab.
P. John Gill, sacerdote a Sargodha, conferma che "i cristiani vivono la Settimana Santa nel terrore", mentre il governo e lo Stato "hanno fallito nel loro compito di garantire la sicurezza". Il Punjab, aggiunge, è un "crocevia" di violenze contro le minoranze, per questo "chiediamo alle autorità di prendere provvedimenti immediati per mettere fine a violenze senza senso".
PAKISTAN da asianews
di Jibran Khan
Nella colonia di Eidgah, distretto di Sarghoda, gruppi di fanatici hanno imbrattato cartelli e immagini sacre della minoranza. La polizia non apre un’inchiesta sulla vicenda e cacciano i querelanti. Attivisti per i diritti umani depositano una denuncia all’Alta corte di Lahore per violazione alla libertà religiosa.

Islamabad (AsiaNews) - L'ombra del fanatismo islamico rischia di oscurare le festività pasquali in Pakistan, dove la comunità cristiana è vittima di minacce e avvertimenti volti a bloccare le celebrazioni. Fonti di AsiaNews a Sarghoda, distretto del Punjab, raccontano che alla vigilia della Settimana Santa gruppi di sconosciuti hanno strappato cartelli e decorazioni nella colonia cristiana di Eidgah; gli assalitori hanno gettato vernice nera contro immagini sacre affisse dalla minoranza religiosa e minacciato i presenti, intimando loro di interrompere i preparativi.
Gli abitanti dell'area si sono rivolti alla polizia, col proposito di denunciare l'aggressione. Tuttavia gli agenti non hanno voluto aprire un'indagine sulla vicenda, invitando i querelanti ad andarsene.
Con coraggio e determinazione, alcuni fedeli hanno riposizionato cartelli e figure ma la sera del primo aprile - Domenica delle Palme - il gruppo di fanatici ha compiuto una nuova irruzione, gettando via le immagini e minacciando raid punitivi nella colonia cristiana.
Yasir Masih, abitante della colonia cristiana, riferisce ad AsiaNews che "da molti anni gli abitanti della colonia si riuniscono per preparare le festività pasquali. E in passato, come oggi, siamo stati oggetto di minacce che abbiamo denunciato alle autorità competenti". Tuttavia, continua l'uomo, "non ci hanno preso sul serio. Oltretutto quest'anno [gli assalitori] sono entrati nelle nostre strade e ci hanno minacciato. Non siamo al sicuro e abbiamo paura".
L'organizzazione umanitaria Masihi Foundation ha condannato l'episodio e ha presentato una denuncia presso l'Alta corte di Lahore (Lhc). Gli attivisti chiedono il rispetto della libertà religiosa, la sicurezza per gli abitanti della colonia cristiana e, più in generale, di tutta la minoranza cristiana nel Punjab.
P. John Gill, sacerdote a Sargodha, conferma che "i cristiani vivono la Settimana Santa nel terrore", mentre il governo e lo Stato "hanno fallito nel loro compito di garantire la sicurezza". Il Punjab, aggiunge, è un "crocevia" di violenze contro le minoranze, per questo "chiediamo alle autorità di prendere provvedimenti immediati per mettere fine a violenze senza senso".
Bangladesh: Ex imam si converte al cattolicesimo. Ridotto in fin di vita
3/04/2012 11:57
BANGLADESH da asianews
di Maria Gomes
Il leader musulmano diventa cristiano presbiteriano all’estero. Incontra una cattolica, si sposano, e decide di farsi cattolico. Tornato in Bangladesh, affronta il rifiuto totale della comunità d’origine. Ma tra violenze e ostracismo sociale, resta saldo nella sua fede: “Credo in Cristo, l’ho accolto. È il mio salvatore”.
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Dhaka (AsiaNews) - "Io credo in Cristo, l'ho accolto. È il mio salvatore". Vincent (nome fittizio per motivi di sicurezza) è un ex imam bengalese che si è fatto cattolico, e per questo è stato perseguitato in modo durissimo dalla sua comunità d'origine. Il suo cammino di conversione è iniziato all'estero, lontano dal Bangladesh. Una Chiesa presbiteriana l'ha battezzato. Poi, l'amore per una cattolica, culminato nel matrimonio, l'ha spinto a diventare cattolico. Ma una volta tornati in Bangladesh, Vincent e sua moglie hanno trovato un'accoglienza fatta di violenza e minacce. Alcuni membri della sua comunità lo hanno picchiato e ridotto quasi in fin di vita.
Il Bangladesh considera l'islam religione di Stato, ma la sua Costituzione non riconosce la shari'a e garantisce piena libertà di culto. Questo lo rende uno dei Paesi musulmani più aperti, dove le conversioni avvengono in un clima di generale tolleranza. Eppure, il predominio sociale e culturale della religione islamica è tale da spingere la comunità d'origine a esercitare pressioni di vario genere. A volte, è il notaio che si rifiuta di firmare il documento che attesta l'avvenuta conversione. Altre, come nel caso di questo ex imam, sono violenze fisiche e psicologiche.
Dopo quasi due mesi di ospedale, Vincent esce e torna a casa. Ma proprio quei musulmani che un tempo lo seguivano e lo stimavano come imam, ancora non accettano la sua nuova "condizione". Così, dalle botte si passa ad altre forme di aggressione. Insieme alla moglie, Vincent incontra un forte ostracismo sociale, che lo costringe a cambiare più volte casa. Perde anche il lavoro, e si ritrova ad arrabattarsi come può per sopravvivere.
Oggi, è un uomo molto tormentato. Ma questo rifiuto totale da parte della sua comunità originaria non l'ha allontanato da Gesù, e continua ad andare in Chiesa con più forza di prima. E ripete: "Credo in Cristo, in Lui sono rinato. È il mio salvatore".
BANGLADESH da asianews
di Maria Gomes
Il leader musulmano diventa cristiano presbiteriano all’estero. Incontra una cattolica, si sposano, e decide di farsi cattolico. Tornato in Bangladesh, affronta il rifiuto totale della comunità d’origine. Ma tra violenze e ostracismo sociale, resta saldo nella sua fede: “Credo in Cristo, l’ho accolto. È il mio salvatore”.
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Dhaka (AsiaNews) - "Io credo in Cristo, l'ho accolto. È il mio salvatore". Vincent (nome fittizio per motivi di sicurezza) è un ex imam bengalese che si è fatto cattolico, e per questo è stato perseguitato in modo durissimo dalla sua comunità d'origine. Il suo cammino di conversione è iniziato all'estero, lontano dal Bangladesh. Una Chiesa presbiteriana l'ha battezzato. Poi, l'amore per una cattolica, culminato nel matrimonio, l'ha spinto a diventare cattolico. Ma una volta tornati in Bangladesh, Vincent e sua moglie hanno trovato un'accoglienza fatta di violenza e minacce. Alcuni membri della sua comunità lo hanno picchiato e ridotto quasi in fin di vita.
Il Bangladesh considera l'islam religione di Stato, ma la sua Costituzione non riconosce la shari'a e garantisce piena libertà di culto. Questo lo rende uno dei Paesi musulmani più aperti, dove le conversioni avvengono in un clima di generale tolleranza. Eppure, il predominio sociale e culturale della religione islamica è tale da spingere la comunità d'origine a esercitare pressioni di vario genere. A volte, è il notaio che si rifiuta di firmare il documento che attesta l'avvenuta conversione. Altre, come nel caso di questo ex imam, sono violenze fisiche e psicologiche.
Dopo quasi due mesi di ospedale, Vincent esce e torna a casa. Ma proprio quei musulmani che un tempo lo seguivano e lo stimavano come imam, ancora non accettano la sua nuova "condizione". Così, dalle botte si passa ad altre forme di aggressione. Insieme alla moglie, Vincent incontra un forte ostracismo sociale, che lo costringe a cambiare più volte casa. Perde anche il lavoro, e si ritrova ad arrabattarsi come può per sopravvivere.
Oggi, è un uomo molto tormentato. Ma questo rifiuto totale da parte della sua comunità originaria non l'ha allontanato da Gesù, e continua ad andare in Chiesa con più forza di prima. E ripete: "Credo in Cristo, in Lui sono rinato. È il mio salvatore".
Lo Stato, il grande predatore
di Robi Ronza
02-04-2012
Nella sua edizione di venerdì 30 marzo il quotidiano torinese La Stampa ha pubblicato una lettera con cui Attilio Befera, direttore generale dell’Agenzia delle Entrate, difendeva l’ente da lui diretto nonché la società Equitalia, che ne è il braccio operativo, dall’accusa di essere in certo modo moralmente responsabile del gesto disperato dell’artigiano edile oppresso da un ingente debito nei confronti del fisco che si è recentemente dato fuoco per protesta nel Bolognese dinnanzi a un ufficio dell’Agenzia stessa.
Questo tragico gesto, che resta per il momento un tentato suicidio (essendo la persona che si è data fuoco ancora in vita mentre scriviamo), è stato preceduto nelle scorse settimane da altri gesti simili in altre parti d’Italia, mentre in precedenza, a partire dal dicembre 2011, si sono dovuti lamentare alcuni attentati con pacchi bomba contro uffici di Equitalia poi rivendicati da sedicenti gruppi anarchici-insurrezionalisti. Equitalia non brilla di certo per cordialità e sensibile attenzione verso il contribuente in buona fede, e anche noi come tanti avremmo da raccontare qualche nostra esperienza personale al riguardo. Tuttavia Befera ha ragione a scrivere nella sua lettera a La Stampa che non sta né all’Agenzia delle Entrate né a Equitalia di decidere quando e a chi si possano in tutto o in parte condonare imposte che risultano dovute a termini di legge. In questo senso - diciamo facendo un paragone un po’ brusco ma che ha il vantaggio di essere efficace – sarebbe come dare al boia la colpa della pena di morte.
Al di là infatti delle responsabilità immediate dei dazieri il nocciolo della questione è un altro: la pressione fiscale spropositata che fa dello Stato italiano il grande predatore delle risorse del Paese. Anche se oggi tale situazione ha raggiunto livelli senza precedenti è giusto ricordare che la sua voracità è ab origine. Risale a quando il Regno Sardo scaricò sul nuovo Regno d’Italia il grande debito pubblico che aveva accumulato per finanziare le sue guerre contro l’Austria. Da allora ad oggi la pressione fiscale relativamente sempre eccessiva non ha mai smesso di accompagnare la storia dello Stato italiano. Nessun governo o regime è mai comunque riuscito a risolvere il problema innanzitutto perché nessun governo ha voluto o potuto affrontarlo in modo radicale. Ciò implicherebbe:
a) una rigorosa riforma dell’amministrazione centrale dello Stato che è di gran lunga la prima fonte di spese pubbliche improduttive (un ministero inutile, e ce ne sono diversi, costa molto di più di migliaia di piccoli comuni, i quali notoriamente costano pochissimo);
b) la rottura del circolo vizioso costituito da aliquote iniquamente elevate che inducono all’evasione fiscale da un lato, e dall’altro da un controllo di polizia esercitato da un corpo ad hoc, la Guardia di Finanza, unico caso al mondo di polizia tributaria con carattere di forza armata e competenze anche in tema di controllo del territorio e persino di ordine pubblico (una particolarità da cui viene conferma ipso facto che lo Stato italiano mette in conto l’eventualità di forme di resistenza al prelievo delle imposte che potrebbero giungere fino alla rivolta).
Come dimostrano anche i “blitz” di questi giorni, la lotta a tale evasione indotta (che perciò diviene di massa ovunque ciò sia materialmente possibile) può avere successo solo nella misura in cui le attività per così dire “a rischio” vengono sottoposte a un controllo militare che al momento le soffoca e che poi in ogni caso non può diventare permanente. Se poi si considera che nel nostro tempo i suicidi col fuoco per protesta e le bombe contro gli uffici pubblici hanno in più occasioni preannunciato l’esplodere di grandi insurrezioni, il fatto che episodi del genere stiano accadendo nel nostro Paese dovrebbe indurre sia l’attuale governo che il ceto politico a qualche seria riflessione.
Sarebbe finalmente il caso di rendersi conto che oltre all’evasione fiscale dolosa e ingiustificata – che va perseguita come qualsiasi altro delitto - c’è anche quella per necessità se non per disperazione. Pertanto, ci si permetta di osservare concludendo che il richiamo al dovere morale dei cittadini di pagare le imposte non accompagnato da un analogo richiamo al dovere dello Stato di non depredarli, rischia di essere farisaico o quantomeno di risolversi in un indebito omaggio a un potere che non se lo merita.
Sarebbe finalmente il caso di rendersi conto che oltre all’evasione fiscale dolosa e ingiustificata – che va perseguita come qualsiasi altro delitto - c’è anche quella per necessità se non per disperazione. Pertanto, ci si permetta di osservare concludendo che il richiamo al dovere morale dei cittadini di pagare le imposte non accompagnato da un analogo richiamo al dovere dello Stato di non depredarli, rischia di essere farisaico o quantomeno di risolversi in un indebito omaggio a un potere che non se lo merita.
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